Metodo di analisi
Il metodo di Erwin Panofsky, dalla descrizione al sintomo
Panofsky apre il suo libro più noto con un esempio che non è un quadro. Incontro per strada un conoscente che mi saluta sollevando il cappello. Che cosa vedo? Alcune macchie di colore che compongono la figura di un uomo, e un oggetto che si stacca dal suo capo: questo, e nient'altro, è ciò che l'occhio registra. Riconoscere che quell'uomo è un uomo e che il gesto è un saluto richiede già un secondo passo. Capire perché in Occidente ci si scopre il capo — un'usanza cavalleresca, il cavaliere che toglie l'elmo per mostrarsi disarmato — richiede un terzo passo, e mi dice qualcosa sulla civiltà a cui quell'uomo appartiene, che lui non sa di starmi dicendo. Davanti a un'opera d'arte succede lo stesso, e Panofsky ha dato un nome a ciascuno dei tre passi.
Si registra il significato primario o naturale: forme, colori, figure, gesti, rapporti spaziali. È il mondo dei motivi artistici, prima che abbiano un nome. Panofsky lo divide in due: il significato fattuale — riconoscere che quella macchia è un uomo e quella un animale — e il significato espressivo, cioè cogliere che una posa è mesta o un gesto è minaccioso. Attenzione però: una descrizione davvero pura non esiste. Per dire «uomo» sto già usando l'esperienza che ho del mondo.
Annunciazione — Beato Angelico
Una figura alata, inginocchiata, di fronte a una donna seduta che incrocia le mani sul petto. Fra loro una colonna sottile; sopra, archi su capitelli. La luce è ferma, i colori sono chiari, i gesti trattenuti: l'atmosfera è di quiete, e questo lo colgo prima di sapere chi siano.
Si identifica il significato secondario o convenzionale: si passa dai motivi alle immagini, e dalle immagini alle storie e alle allegorie. Qui i nomi propri arrivano — è Gabriele, è Maria, è l'Annunciazione — e con essi i simboli, che sono convenzioni apprese: nulla nella forma di un giglio dice «purezza», lo dice una tradizione. L'iconografia è descrittiva e classificatoria: dice che cosa c'è, non ancora perché.
Annunciazione — Beato Angelico
È l'Annunciazione, dal Vangelo di Luca: l'arcangelo Gabriele annuncia a Maria che sarà madre. Le ali dicono la natura del messaggero, il ginocchio piegato la riverenza, il giglio la verginità. Nessuno di questi significati si vede: si sanno.
Si cerca il significato intrinseco, cioè il contenuto: i principi di fondo che rivelano l'atteggiamento di una nazione, di un'epoca, di una classe, di una convinzione religiosa o filosofica, condensati in un'opera e riassunti da una persona sola. L'opera viene letta come sintomo di qualcosa di più ampio, che l'autore non si proponeva di dire. È il passaggio in cui l'iconografia diventa iconologia, e in cui il rischio cresce: qui si interpreta, e si può interpretare male.
Annunciazione — Beato Angelico
L'affresco sta in un corridoio del convento di San Marco, davanti alle celle dei domenicani: non è fatto per essere ammirato ma per essere incontrato ogni giorno, e interrompere il passo. La povertà dell'architettura dipinta, l'assenza di oro e di ornamento, il silenzio della scena parlano della riforma osservante che quel convento stava vivendo. Beato Angelico non sta illustrando un episodio: sta costruendo uno strumento di meditazione per uomini che avevano scelto di possedere poco.