Perché una stessa forma — il semicerchio sopra due piedritti — viene reinventata da ogni civiltà che la incontra?

Un arco è la soluzione di un problema. Sopra una porta o una finestra serve un'apertura, ma la pietra non regge la trazione: se ci appoggi sopra una trave orizzontale, si spezza al centro. L'arco risolve questo dilemma in modo elegante — divide il peso in tanti piccoli pezzi, i conci, ognuno dei quali spinge contro il vicino e scarica il carico ai lati. Per oltre duemila anni di architettura, ogni civiltà ha riformulato questa stessa idea cambiandone la forma; e ogni volta la nuova forma ha portato con sé un significato diverso, prima ancora che strutturale.

Prima delle declinazioni stilistiche, vale la pena conoscere il vocabolario minimo. I piedritti sono i due sostegni verticali (colonne o pilastri) su cui poggia l'arco. L'imposta è il punto preciso in cui l'arco nasce dal piedritto. I conci sono i blocchi cuneiformi che compongono la curva: stanno in piedi spingendo l'uno contro l'altro. La chiave di volta è il concio centrale, l'ultimo a essere posato, quello che chiude e blocca tutto il sistema. L'intradosso è la curva interna dell'arco (quella che vedi se lo guardi da sotto); l'estradosso è quella esterna. La luce è la distanza tra i due piedritti, la freccia è l'altezza dal piano d'imposta al punto più alto.

Le parti dell'arco, e la centina che lo tiene finché non si posa la chiave.

Le parti dell'arco, e la centina che lo tiene finché non si posa la chiave.

A sinistra l'arco è ancora in cantiere: manca la chiave, e senza di lei i conci non stanno su da soli — li regge un'armatura di legno, la centina. Appena la chiave è al suo posto il sistema si chiude, la centina si toglie, e l'arco comincia a fare il suo mestiere. A destra ci sono tutti i nomi del vocabolario qui sopra.

L'arco a tutto sesto è il più antico e il più universale: un semicerchio perfetto, con freccia uguale a metà della luce. È l'arco dei Romani, che lo perfezionano negli acquedotti, nei ponti, negli archi trionfali, e che lo collocano in cima alla loro arte del costruire. È anche l'arco delle prime basiliche cristiane, che lo ereditano senza modificarlo, e tornerà a essere l'arco dei Romanici, che lo riscoprono come segno di continuità con la grandezza di Roma. Stessa forma, tre significati diversi: potere imperiale, redenzione cristiana, identità comunale di una nuova Europa.

Pont du Gard

Pont du Gard

I sec. d.C. (datazione dibattuta: tradizione 19 a.C. circa; analisi recenti metà I sec. d.C.)

Pont du Gard: l'arco romano come soluzione, ripetuta.

Guarda un arco solo, poi guarda quanti sono. La forma non cambia mai — sempre lo stesso semicerchio, sempre la stessa freccia — e proprio per questo si può ripetere all'infinito, affiancarla e sovrapporla su tre ordini finché il ponte raggiunge la sponda e l'altezza che servono. Un arco romano non è un pezzo unico: è un modulo che si moltiplica.
Cerca poi i blocchi sporgenti che spuntano qua e là dalla muratura: non sono un errore né un ornamento, sono i sostegni delle impalcature, lasciati lì per le riparazioni future. E osserva le giunzioni: nei livelli bassi i conci sono posati a secco, senza malta. Stanno insieme perché ognuno spinge contro il vicino — è la definizione stessa di arco, resa visibile dal fatto che non c'è nient'altro a tenerli.

L'arco a ferro di cavallo è la prima vera variante. Sviluppato dall'arte islamica e portato in Europa nella Cordoba omayyade, ha la curva che si chiude oltre il semicerchio, stringendosi verso il basso prima di poggiare sui piedritti. Crea un effetto ipnotico, soprattutto quando viene ripetuto a centinaia di esemplari come nella Grande Moschea di Cordoba. È un arco che non punta in alto né distribuisce il peso in modo nuovo: è una scelta di linguaggio, una firma stilistica che dice immediatamente di che cultura è figlio.

Grande Moschea di Cordoba

Grande Moschea di Cordoba

785-988 d.C. circa

Grande Moschea di Cordoba.

Segui con l'occhio il bordo di un arco, dall'imposta verso il basso. Non si ferma dove finirebbe un semicerchio: continua, si stringe, e solo dopo tocca la colonna. È quel soprappiù di curva a fare il ferro di cavallo, e basta a rendere la forma riconoscibile in mezzo secondo.
Poi allontana lo sguardo e guarda l'insieme. Gli archi sono su due ordini sovrapposti, uno sopra l'altro, e i conci alternano il chiaro e il rosso a ogni pezzo. Moltiplica tutto questo per centinaia di campate: quello che ottieni non è un'aula, è una foresta in cui lo sguardo si perde di proposito. Qui l'arco non risolve un problema nuovo — la statica era già risolta dai romani. Fa un'altra cosa: dichiara di che cultura è figlio.

L'arco a sesto acuto nasce in più tradizioni costruttive insieme — lo trovi nell'architettura islamica, lo trovi nelle navate del Duomo di Pisa (dove arriva proprio attraverso i traffici marittimi con il mondo islamico), e diventerà la cifra del Gotico per una ragione precisamente strutturale: scarica il peso più verticalmente del semicerchio, e questo permette di costruire navate altissime senza che la spinta laterale faccia esplodere i muri. La stessa forma — due archi di cerchio che si incontrano in punta — ha qui una funzione mistica (l'ascesa verso il cielo nel Gotico) e altrove una funzione decorativa (il ritmo ipnotico delle moschee). Una sola forma, di nuovo, declinata in linguaggi diversi.

Cattedrale di Chartres

Cattedrale di Chartres

1194-1220 circa

Cattedrale di Chartres.

Cerca il punto in cui l'arco si chiude. Non è una curva continua: sono due archi di cerchio che si incontrano in punta, e quella punta è tutto. Un semicerchio scarica molto peso di fianco, e per reggerlo servono muri spessi; due curve che si incontrano in alto lo scaricano più verso il basso, lungo i sostegni.
Da quella differenza viene tutto il resto di quello che vedi: pilastri sottili al posto di muri pieni, e al posto della parete il vetro. La forma non è stata scelta perché slancia verso l'alto — slancia verso l'alto perché è stata scelta per una ragione di carichi, e poi quel movimento è diventato il senso stesso dell'edificio.

Il Gotico aggiunge anche un arco esterno, l'arco rampante: un mezzo arco che non copre nulla, ma che si appoggia da fuori contro il muro della navata per controbilanciare la spinta delle volte interne. È una soluzione strutturale audacissima, ma diventa anche un elemento visivo dichiarato — le cattedrali gotiche mostrano all'esterno, senza nasconderle, le 'stampelle' che le tengono in piedi. È architettura che racconta sé stessa.

Cattedrale di Beauvais

Cattedrale di Beauvais

1225-1272 (coro); volte crollate nel 1284

Cattedrale di Beauvais.

Guarda l'edificio da fuori e conta quanti pezzi non coprono niente. I rampanti sono mezzi archi appoggiati in aria: partono da un pilastro isolato, staccato dalla chiesa, e vanno a puntellare la parete alta della navata proprio dove le volte spingono per aprirla.
Qualunque altra epoca li avrebbe nascosti. Qui invece sono la parte più visibile, scavalcano il tetto delle navate laterali e disegnano il fianco della cattedrale. Il cantiere gotico non considera vergognoso mostrare come sta in piedi: lo espone. E Beauvais è il posto giusto per capirlo, perché qui la corsa all'altezza andò oltre il possibile e nel 1284 le volte del coro vennero giù.

Con il Rinascimento, Brunelleschi torna consapevolmente all'arco a tutto sesto romano — non per inerzia, ma per scelta culturale: rifiutare il Gotico e riallacciarsi all'antico. La cupola di Santa Maria del Fiore, il portico dello Spedale degli Innocenti, le chiese rinascimentali si costruiscono di nuovo con semicerchi puri, con le proporzioni studiate sui monumenti romani. La storia dell'arco non è una progressione lineare verso il meglio: è un dialogo continuo con le forme del passato, dove ogni epoca sceglie quali arcate fare proprie e quali abbandonare.

Spedale degli Innocenti

Spedale degli Innocenti

1419-1445

Spedale degli Innocenti, Firenze.

Misura con l'occhio uno degli archi del loggiato: è un semicerchio esatto, come quelli del Pont du Gard tredici secoli prima. Ma il gotico era arrivato fin qui, e a Firenze c'erano cantieri aperti pieni di archi acuti: tornare al semicerchio nel 1419 non è ereditare una forma, è sceglierla contro un'altra.
Guarda dove nasce l'arco: direttamente dal capitello della colonna, senza niente in mezzo. È la soluzione più semplice possibile, ed è anche quella che Brunelleschi correggerà più tardi a San Lorenzo, dove fra capitello e arco metterà un breve tratto di trabeazione. Qui la grammatica sta ancora nascendo.

Approfondimenti

Archetti pensili e archi ciechi: archi che non coprono nulla.

Archetti pensili e archi ciechi: archi che non coprono nulla.

Non tutti gli archi reggono qualcosa. Nei capitoli sul Romanico puoi incontrare gli archetti pensili: file di piccoli archi che ritmano la sommità delle pareti, sotto la linea di gronda, e che non sostengono niente — non hanno una luce da coprire. Sono solo decorazione, applicazione del vocabolario dell'arco a uno scopo puramente visivo. Lo stesso vale per gli archi ciechi, archi pieni che murano un'apertura inesistente per dare ritmo a una superficie altrimenti muta. Il Rinascimento porterà questa idea ancora più avanti, usando l'arco come modulo compositivo astratto, slegato da qualsiasi necessità tecnica. Riconoscere quando un arco lavora davvero e quando invece sta solo parlando è una delle abilità fondamentali per leggere un edificio.

Esiste una tipologia di arco che non fa parte di nessun edificio più grande: l'arco trionfale. I Romani li costruiscono come monumenti autonomi, archi singoli o tripli (Arco di Costantino) eretti per celebrare una vittoria militare. Una porta che non separa nulla, che non si attraversa per andare da uno spazio all'altro: è solo una soglia simbolica, un dispositivo di passaggio cerimoniale. Sopravvive come citazione anche dopo la fine dell'Impero: il Rinascimento lo riprende e lo inserisce nelle facciate delle chiese — la facciata del Tempio Malatestiano di Leon Battista Alberti è disegnata esplicitamente come un arco trionfale romano. Diciassette secoli dopo Costantino, lo stesso schema architettonico viene ancora usato per dire 'questo è un luogo solenne'.

La stessa arcata due volte: con l'ordine applicato, e senza. Togliendolo, sta in piedi lo stesso.

La stessa arcata due volte: con l'ordine applicato, e senza. Togliendolo, sta in piedi lo stesso.

C'è un'ultima declinazione, che riguarda non la forma dell'arco ma il suo rivestimento. Quando i Romani costruiscono un'arcata — al Colosseo, al Teatro di Marcello, a Palestrina — spesso non la lasciano nuda: vi sovrappongono un ordine, colonna e trabeazione, che non regge nulla e serve solo a misurare e nobilitare la superficie muraria. È il principio che si chiama ordine applicato (o addossato): la sintassi della colonna greca, presa e incollata su una struttura che funziona già da sola. Quattordici secoli dopo, Leon Battista Alberti prende quello stesso principio e lo codifica in uno schema preciso: un intervallo stretto, con la lesena o la semicolonna; uno largo, con l'arco; uno stretto di nuovo — la sequenza stretto-largo-stretto, sperimentata a Sant'Andrea di Mantova e poi ripresa da Bramante e da Serlio. Questo schema specifico ha un nome proprio, la travata ritmica: non è un sinonimo di ordine applicato, ma una sua conseguenza — un caso particolare, con un ritmo dichiarato, che il Rinascimento ricava dal principio romano più generale.

Collegamenti

Un arco a tutto sesto costruito da Brunelleschi nel 1419 è identico, come geometria, a uno romano di tredici secoli prima. Se la forma non è cambiata, che cosa è cambiato?

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