Perché una stessa forma — il semicerchio sopra due piedritti — viene reinventata da ogni civiltà che la incontra?
Un arco è la soluzione di un problema. Sopra una porta o una finestra serve un'apertura, ma la pietra non regge la trazione: se ci appoggi sopra una trave orizzontale, si spezza al centro. L'arco risolve questo dilemma in modo elegante — divide il peso in tanti piccoli pezzi, i conci, ognuno dei quali spinge contro il vicino e scarica il carico ai lati. Per oltre duemila anni di architettura, ogni civiltà ha riformulato questa stessa idea cambiandone la forma; e ogni volta la nuova forma ha portato con sé un significato diverso, prima ancora che strutturale.
Prima delle declinazioni stilistiche, vale la pena conoscere il vocabolario minimo. I piedritti sono i due sostegni verticali (colonne o pilastri) su cui poggia l'arco. L'imposta è il punto preciso in cui l'arco nasce dal piedritto. I conci sono i blocchi cuneiformi che compongono la curva: stanno in piedi spingendo l'uno contro l'altro. La chiave di volta è il concio centrale, l'ultimo a essere posato, quello che chiude e blocca tutto il sistema. L'intradosso è la curva interna dell'arco (quella che vedi se lo guardi da sotto); l'estradosso è quella esterna. La luce è la distanza tra i due piedritti, la freccia è l'altezza dal piano d'imposta al punto più alto.
L'arco a tutto sesto è il più antico e il più universale: un semicerchio perfetto, con freccia uguale a metà della luce. È l'arco dei Romani, che lo perfezionano negli acquedotti, nei ponti, negli archi trionfali, e che lo collocano in cima alla loro arte del costruire. È anche l'arco delle prime basiliche cristiane, che lo ereditano senza modificarlo, e tornerà a essere l'arco dei Romanici, che lo riscoprono come segno di continuità con la grandezza di Roma. Stessa forma, tre significati diversi: potere imperiale, redenzione cristiana, identità comunale di una nuova Europa.
L'arco a ferro di cavallo è la prima vera variante. Sviluppato dall'arte islamica e portato in Europa nella Cordoba omayyade, ha la curva che si chiude oltre il semicerchio, stringendosi verso il basso prima di poggiare sui piedritti. Crea un effetto ipnotico, soprattutto quando viene ripetuto a centinaia di esemplari come nella Grande Moschea di Cordoba. È un arco che non punta in alto né distribuisce il peso in modo nuovo: è una scelta di linguaggio, una firma stilistica che dice immediatamente di che cultura è figlio.
L'arco a sesto acuto nasce in più tradizioni costruttive insieme — lo trovi nell'architettura islamica, lo trovi nelle navate del Duomo di Pisa (dove arriva proprio attraverso i traffici marittimi con il mondo islamico), e diventerà la cifra del Gotico per una ragione precisamente strutturale: scarica il peso più verticalmente del semicerchio, e questo permette di costruire navate altissime senza che la spinta laterale faccia esplodere i muri. La stessa forma — due archi di cerchio che si incontrano in punta — ha qui una funzione mistica (l'ascesa verso il cielo nel Gotico) e altrove una funzione decorativa (il ritmo ipnotico delle moschee). Una sola forma, di nuovo, declinata in linguaggi diversi.
Il Gotico aggiunge anche un arco esterno, l'arco rampante: un mezzo arco che non copre nulla, ma che si appoggia da fuori contro il muro della navata per controbilanciare la spinta delle volte interne. È una soluzione strutturale audacissima, ma diventa anche un elemento visivo dichiarato — le cattedrali gotiche mostrano all'esterno, senza nasconderle, le 'stampelle' che le tengono in piedi. È architettura che racconta sé stessa.
Con il Rinascimento, Brunelleschi torna consapevolmente all'arco a tutto sesto romano — non per inerzia, ma per scelta culturale: rifiutare il Gotico e riallacciarsi all'antico. La cupola di Santa Maria del Fiore, il portico dello Spedale degli Innocenti, le chiese rinascimentali si costruiscono di nuovo con semicerchi puri, con le proporzioni studiate sui monumenti romani. La storia dell'arco non è una progressione lineare verso il meglio: è un dialogo continuo con le forme del passato, dove ogni epoca sceglie quali arcate fare proprie e quali abbandonare.
Approfondimenti
Archetti pensili e archi ciechi: archi che non coprono nulla.
Non tutti gli archi reggono qualcosa. Nei capitoli sul Romanico puoi incontrare gli archetti pensili: file di piccoli archi che ritmano la sommità delle pareti, sotto la linea di gronda, e che non sostengono niente — non hanno una luce da coprire. Sono solo decorazione, applicazione del vocabolario dell'arco a uno scopo puramente visivo. Lo stesso vale per gli archi ciechi, archi pieni che murano un'apertura inesistente per dare ritmo a una superficie altrimenti muta. Il Rinascimento porterà questa idea ancora più avanti, usando l'arco come modulo compositivo astratto, slegato da qualsiasi necessità tecnica. Riconoscere quando un arco lavora davvero e quando invece sta solo parlando è una delle abilità fondamentali per leggere un edificio.
Esiste una tipologia di arco che non fa parte di nessun edificio più grande: l'arco trionfale. I Romani li costruiscono come monumenti autonomi, archi singoli o tripli (Arco di Costantino) eretti per celebrare una vittoria militare. Una porta che non separa nulla, che non si attraversa per andare da uno spazio all'altro: è solo una soglia simbolica, un dispositivo di passaggio cerimoniale. Sopravvive come citazione anche dopo la fine dell'Impero: il Rinascimento lo riprende e lo inserisce nelle facciate delle chiese — la facciata del Tempio Malatestiano di Leon Battista Alberti è disegnata esplicitamente come un arco trionfale romano. Diciassette secoli dopo Costantino, lo stesso schema architettonico viene ancora usato per dire 'questo è un luogo solenne'.
La stessa arcata due volte: con l'ordine applicato, e senza. Togliendolo, sta in piedi lo stesso.
C'è un'ultima declinazione, che riguarda non la forma dell'arco ma il suo rivestimento. Quando i Romani costruiscono un'arcata — al Colosseo, al Teatro di Marcello, a Palestrina — spesso non la lasciano nuda: vi sovrappongono un ordine, colonna e trabeazione, che non regge nulla e serve solo a misurare e nobilitare la superficie muraria. È il principio che si chiama ordine applicato (o addossato): la sintassi della colonna greca, presa e incollata su una struttura che funziona già da sola. Quattordici secoli dopo, Leon Battista Alberti prende quello stesso principio e lo codifica in uno schema preciso: un intervallo stretto, con la lesena o la semicolonna; uno largo, con l'arco; uno stretto di nuovo — la sequenza stretto-largo-stretto, sperimentata a Sant'Andrea di Mantova e poi ripresa da Bramante e da Serlio. Questo schema specifico ha un nome proprio, la travata ritmica: non è un sinonimo di ordine applicato, ma una sua conseguenza — un caso particolare, con un ritmo dichiarato, che il Rinascimento ricava dal principio romano più generale.
Collegamenti
Un arco a tutto sesto costruito da Brunelleschi nel 1419 è identico, come geometria, a uno romano di tredici secoli prima. Se la forma non è cambiata, che cosa è cambiato?