Come si fa a coprire uno spazio vuoto senza farlo crollare?

Tutta l'architettura prima del cemento armato moderno deve risolvere lo stesso identico problema fisico: coprire un vuoto — una porta, una stanza, un intero tempio — senza far crollare quello che sta sopra. Le soluzioni storiche a questo problema sono sorprendentemente poche, e si possono raccontare quasi tutte a partire da due principi opposti.

Il principio più antico è il trilite: due elementi verticali (i piedritti) che sostengono un terzo elemento orizzontale, l'architrave, appoggiato sopra come un ponte. È la forma del dolmen neolitico, ed è anche la forma di base di ogni tempio greco: l'intera peristasi di un periptero dorico, in fondo, è una sequenza di trilite messi in fila. Il problema del trilite è tutto nella trave orizzontale: una trave lavora a flessione, ed è sollecitata soprattutto a trazione nella sua parte inferiore. La pietra, a differenza del legno, resiste benissimo alla compressione ma è fragile a trazione — per questo le architravi in pietra dei templi greci non possono superare una luce di pochi metri senza rischiare di spezzarsi sotto il proprio peso. È anche per questo, più che per ragioni puramente estetiche, che i templi greci hanno tante colonne vicine tra loro: l'intercolumnio è dettato dalla resistenza a flessione dell'architrave, non da una scelta libera del progettista.

Basilica (Tempio di Hera I), Paestum

Basilica (Tempio di Hera I), Paestum

550 a.C. circa

Tempio di Hera I, Paestum.

Misura con l'occhio la distanza fra due colonne e confrontala con il loro spessore: sono quasi la stessa cosa. Le colonne stanno addosso l'una all'altra, e da fuori il tempio sembra quasi una palizzata di pietra.
Non è una scelta di gusto, è la trave a decidere. Sopra ogni coppia di colonne poggia un blocco orizzontale che si flette sotto il proprio peso, e la pietra alla trazione cede: allontana le colonne di due metri in più e l'architrave si spezza a metà. Tutta l'estetica del tempio greco — il ritmo fitto, il senso di solidità compatta — nasce da questo limite del materiale.

Il secondo principio, comparso più tardi e diffuso sistematicamente solo con i Romani, è l'arco: una sequenza di blocchi a forma di cuneo (i conci, o voussoir), disposti a semicerchio, che si tengono in piedi a vicenda per compressione reciproca, senza che un singolo blocco debba resistere a trazione. L'elemento chiave — letteralmente — è la chiave di volta, il blocco centrale in cima, che trasferisce il peso lateralmente verso i conci vicini e da questi fino ai piedritti. Mentre il trilite chiede a un solo elemento orizzontale di sostenere tutto il peso, l'arco lo distribuisce su molti elementi che lavorano solo a compressione — il regime di sollecitazione in cui la pietra è più forte. Per questo l'arco permette luci molto più ampie del trilite, usando la stessa identica pietra.

Colosseo

Colosseo

70-80 d.C.

Colosseo, Roma.

Conta gli archi di un solo ordine, poi conta gli ordini. Ogni fornice è indipendente e identico agli altri, e non c'è nessuna trave che debba reggere da sola il peso di quello che sta sopra: ogni concio spinge contro il vicino, e il carico arriva a terra passando di blocco in blocco.
Confronta la distanza fra i pilastri con quella fra le colonne di Paestum. È molto maggiore, e la pietra è la stessa: cambiato il principio, non il materiale, la luce che si può coprire cresce. Ed è per questo che i Romani possono impilare quattro ordini uno sull'altro e arrivare a cinquanta metri, mentre un tempio a trilite resta basso.

C'è però una soluzione intermedia, spesso confusa con l'arco vero, che vale la pena distinguere con precisione: il cosiddetto falso arco, o arco a sbalzo. Qui ogni filare di pietra sporge leggermente in avanti rispetto al filare sottostante, fino a incontrarsi al centro — non c'è compressione reciproca tra conci a cuneo, c'è solo una serie di sbalzi in equilibrio per il proprio peso. È la tecnica delle tombe a thòlos micenee, ed è anche la tecnica del cosiddetto triangolo di scarico sopra l'architrave della Porta dei Leoni a Micene: un vuoto triangolare, ottenuto sovrapponendo blocchi a sbalzo, che alleggerisce il peso della muratura sopra l'architrave senza che quell'architrave debba sostenerlo per intero. Funziona, ma è strutturalmente meno efficiente del vero arco a conci — ecco perché i Micenei, pur conoscendo il principio dello sbalzo, non arrivarono mai all'arco vero a voussoir, che resterà un'invenzione successiva.

Tre modi di coprire un vuoto, messi accanto.

Tre modi di coprire un vuoto, messi accanto.

Nel trilite l'architrave lavora a flessione: sopra viene schiacciata, sotto viene tirata, e di sotto si apre. Nell'arco nessun blocco lavora da solo — ogni concio spinge sui vicini, tutto è compressione, e la luce può crescere. Nel falso arco invece i corsi sporgono uno sull'altro finché si toccano: nessuno spinge sul suo vicino, e infatti il triangolo di Micene non regge niente, si limita a scaricare il peso ai lati dell'architrave.
Porta dei Leoni

Porta dei Leoni

1250-1200 a.C. circa

Porta dei Leoni, Micene.

Guarda il triangolo sopra l'architrave e osserva come è fatto. Non ci sono conci a cuneo: ci sono filari di blocchi che sporgono uno più dell'altro, avvicinandosi finché si toccano in cima. Nessuno di quei blocchi spinge contro il vicino — ciascuno sta in equilibrio sul proprio peso, a sbalzo.
Il risultato però funziona: quel vuoto triangolare alleggerisce il muro proprio sopra l'architrave, che così non deve reggere tutta la massa della muratura sovrastante. I Micenei avevano capito come scaricare il peso, ma non l'arco a conci. È la prova che una soluzione può essere ingegnosa e insieme senza sbocchi: da qui non si arriva al Colosseo.

Tra il piedritto verticale e l'architrave orizzontale, in quasi ogni tradizione architettonica, compare un elemento di transizione: il capitello. La sua funzione tecnica è distribuire il carico puntiforme della trave su una superficie più ampia in cima alla colonna, riducendo lo sforzo concentrato. Ma quasi nessuna cultura si è fermata a questa funzione puramente statica: il capitello diventa quasi sempre, allo stesso tempo, il luogo in cui la struttura si fa decorazione — le foglie di acanto del capitello corinzio, le volute ioniche, i fiori di loto e di papiro egizi. Non è un caso che proprio qui, nel punto in cui la struttura compie il proprio lavoro più delicato, tante tradizioni scelgano di concentrare il massimo dell'attenzione decorativa: è quasi come se l'architettura volesse rendere visibile, esattamente nel punto critico, il momento in cui la materia lavora davvero.

Capitello della Resurrezione di Lazzaro

Capitello della Resurrezione di Lazzaro

1180-1204 ca.

Capitello della Resurrezione di Lazzaro.

Segui con l'occhio la colonna che sale e fermati dove si allarga. Quello svaso serve a spargere su una superficie più ampia il carico che scende concentrato dall'alto: è un problema di pressione, prima che di forma.
E adesso guarda cosa ci hanno messo sopra: una scena intera, con figure, gesti, un racconto da leggere girandoci intorno. Poteva restare un blocco liscio, e avrebbe funzionato uguale. Succede quasi ovunque, dall'Egitto al romanico: proprio nel punto in cui la struttura fa il lavoro più delicato, l'architettura decide di farsi guardare. È come se volesse rendere visibile il momento esatto in cui la materia sta lavorando.

Approfondimenti

La pietra resiste alla compressione molto meglio di quanto resista alla trazione — per il marmo, il rapporto tra le due resistenze può arrivare a un ordine di grandezza di molte decine di volte. Il legno, al contrario, resiste bene sia a trazione sia a compressione, e per questo le travi di legno possono coprire luci molto più ampie di quelle in pietra a parità di sezione. È anche per questo che l'ipotesi delle prime strutture templari greche in legno, prima della traduzione in pietra, prevede intercolumni più ampi di quelli che la pietra permetterà in seguito.

Non tutti gli archi sono uguali nella loro efficienza statica. L'arco a tutto sesto romanico (un semicerchio perfetto) scarica il peso anche in modo significativamente orizzontale sui piedritti, richiedendo muri spessi e contrafforti robusti. L'arco a sesto acuto gotico, più stretto e alto, scarica il peso in modo più verticale: è uno dei motivi tecnici, non solo estetici, per cui le cattedrali gotiche riescono ad alzarsi molto più di quelle romaniche e ad aprire pareti enormi per le vetrate.

Sempre lo stesso arco: tirato in lungo fa la botte, incrociato con un altro fa la crociera, girato su se stesso fa la cupola.

Sempre lo stesso arco: tirato in lungo fa la botte, incrociato con un altro fa la crociera, girato su se stesso fa la cupola.

Una volta a botte non è altro che un arco ripetuto in profondità, continuo lungo un intero ambiente. Una volta a crociera è l'incrocio di due volte a botte. Sono soluzioni che applicano lo stesso principio dell'arco — la compressione reciproca tra conci — non più a un singolo varco, ma alla copertura di un intero spazio interno.

Collegamenti

La prossima volta che guardi un edificio antico, chiediti: il vuoto sopra la tua testa è coperto da un blocco che lavora a flessione, o da molti blocchi che lavorano a compressione? La risposta cambia tutto quello che quell'edificio può, o non può, fare.

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