Perché due segni senza significato ci sembrano avere un carattere?

Nel 1929 lo psicologo Wolfgang Köhler fece un esperimento semplice. Mostrò a delle persone due forme — una tutta punte e spigoli, l'altra tutta curve morbide — e chiese: quale di queste due si chiama "takete" e quale "maluma"? La quasi totalità delle persone diede la stessa risposta: takete è la forma spigolosa, maluma quella morbida.

takete · kiki

maluma · bouba

L'esperimento è stato ripetuto innumerevoli volte, con coppie di parole diverse (la versione più nota oggi è "kiki" e "bouba") e con persone di lingue e culture lontanissime tra loro. Il risultato non cambia. C'è qualcosa nel suono di quelle parole — le consonanti dure di takete/kiki, le labiali morbide di maluma/bouba — che ci sembra appartenere a una forma piuttosto che all'altra.

La cosa importante è questa: né le forme né le parole significano qualcosa. Non sono il disegno di un oggetto, non sono parole di una lingua. Eppure non sono neutre. Hanno già un carattere, una qualità che percepiamo prima di qualsiasi significato. Questo carattere passa da un senso all'altro — dal suono alla forma visiva — e lo chiamiamo sinestesia.

Se una forma vuota di significato ha già un carattere, allora il come di un'immagine — la sua forma, il suo stile — non è un involucro neutro del contenuto. È esso stesso portatore di senso.

Facciamo un passo avanti. Prendiamo qualcosa che significa — un teschio — e disegniamolo in due modi diversi. Uno realistico, con le ombre, le proporzioni esatte, l'osso reso nei suoi dettagli. L'altro stilizzato, da cartone animato.

Il cosa è identico: in entrambi i casi è un teschio, e tutti lo riconoscono come tale. Ma il come è opposto, e con esso cambia tutto ciò che proviamo. Il primo teschio inquieta: parla di morte vera, di anatomia, di memento mori. Il secondo è quasi simpatico: lo trovi sulle magliette, nei videogiochi, sulle decorazioni di Halloween. Non fa paura a nessuno.

Vanitas (Steenwijck)

Vanitas (Steenwijck)

1640 ca.

Harmen Steenwijck, Vanitas.

Guarda come è dipinto il teschio: la luce lo prende di lato, entra nelle cavità, si ferma sui bordi consumati. Le proporzioni sono quelle giuste, la superficie è rugosa e opaca come l'osso vero. Il pittore non ha semplificato niente, e il risultato è che il teschio non sembra un simbolo: sembra una cosa, poggiata su un tavolo insieme ai libri e agli strumenti.
È proprio questo a renderlo inquietante. Un teschio reso in modo realistico non ti dice «la morte» in astratto, ti dice che quello era il cranio di qualcuno e che il tuo è fatto uguale. Il significato — memento mori, ricordati che devi morire — non è aggiunto dal soggetto: viene dal modo in cui il soggetto è dipinto.
Lo stesso soggetto, disegnato per essere simpatico.

Lo stesso soggetto, disegnato per essere simpatico.

Ora metti i due teschi uno accanto all'altro. Il soggetto è identico, e lo riconosci in un istante in tutti e due: due orbite, i denti, la mandibola. Ma qui le orbite sono due cerchi puliti, il contorno è una linea sola e chiusa, non c'è ombra, non c'è materia, non c'è consumo.
Nessuno mette una vanitas su una maglietta, e nessuno si spaventa davanti a questo. Eppure non è cambiato il cosa: è cambiato solo il come. Se lo stesso oggetto può far paura o far sorridere a seconda di come è disegnato, allora lo stile non è la confezione del significato — è una delle sue ragioni.

Stesso contenuto, stile diverso, senso completamente diverso. Questo è il principio fondamentale di ogni lettura dell'immagine: lo stile non illustra il significato — lo costruisce. Prima ancora di chiederci cosa rappresenta un'opera, dobbiamo imparare a guardare come lo rappresenta.

Approfondimenti

La prova più interessante sull'accoppiamento takete/maluma è che regge dove ci si aspetterebbe che cedesse. È stato ripetuto con parlanti di lingue lontanissime dall'inglese e dal tedesco, con persone che non sanno leggere né scrivere, e con bambini piccolissimi, molto prima che imparino a scrivere le lettere: la risposta resta la stessa nella grande maggioranza dei casi. Questo esclude che si tratti di un'abitudine appresa — per esempio dalla forma appuntita della lettera K. Sembra piuttosto che il nostro cervello faccia passare una qualità da un senso all'altro: la durezza di un suono diventa spigolo, la morbidezza diventa curva. È un ponte tra sensi che precede qualsiasi cultura, e su cui poi ogni cultura costruisce le proprie convenzioni.

La parola stile si usa per due cose diverse, e conviene tenerle separate. C'è lo stile di un artista — il modo di fare la pennellata, di impostare una figura, di scegliere i colori, che riconosci da un quadro all'altro dello stesso autore — e c'è lo stile di un'epoca o di una cultura, cioè l'insieme di scelte formali condivise da tanti artisti che lavorano nello stesso momento e nello stesso luogo. Il secondo è quello che permette di dire «questo è romanico» o «questo è barocco» senza sapere chi l'abbia fatto. I due livelli convivono, e la parte più interessante del lavoro di uno storico dell'arte sta spesso nel distinguerli: capire dove finisce la lingua comune di un'epoca e dove comincia l'accento di una persona.

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