«Manierismo» descrive un modo di dipingere o un modo di rapportarsi a un modello? Andrea del Sarto — che Vasari chiama pittore «senza errori» — vede uscire dalla sua bottega i due pittori più radicali della crisi che segue. Se lo stesso insegnamento genera equilibrio e rottura, cosa ci dice questo sulla categoria stessa di «stile»?

Domanda

«Manierismo» descrive un modo di dipingere o un modo di rapportarsi a un modello? Andrea del Sarto — che Vasari chiama pittore «senza errori» — vede uscire dalla sua bottega i due pittori più radicali della crisi che segue. Se lo stesso insegnamento genera equilibrio e rottura, cosa ci dice questo sulla categoria stessa di «stile»?

Madonna delle Arpie

Deposizione (Rosso Fiorentino)

Deposizione (Rosso Fiorentino)

Giovanni Battista di Jacopo Rosso Fiorentino · 1521

Mosè difende le figlie di Ietro

Mosè difende le figlie di Ietro

Giovanni Battista di Jacopo Rosso Fiorentino · c. 1523-1524

Deposizione (Pontormo)

Deposizione (Pontormo)

Jacopo Carucci (Pontormo) · 1525-1528

Cenacolo di San Salvi

Cenacolo di San Salvi

Andrea del Sarto · 1511-1527

Visitazione

Visitazione

Jacopo Carucci (Pontormo) · 1528-1529

Il maestro senza errori e i suoi allievi in crisi

Andrea del Sarto, Pontormo, Rosso Fiorentino: dalla perfezione alla rottura

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«Manierismo» descrive un modo di dipingere o un modo di rapportarsi a un modello? Andrea del Sarto — che Vasari chiama pittore «senza errori» — vede uscire dalla sua bottega i due pittori più radicali della crisi che segue. Se lo stesso insegnamento genera equilibrio e rottura, cosa ci dice questo sulla categoria stessa di «stile»?

Madonna delle Arpie

Madonna delle Arpie

Andrea del Sarto · 1517

olio su tavola, 207 x 178 cm — Gallerie degli Uffizi (Firenze)

Sul piedistallo che regge Maria e il Bambino, agli angoli, ci sono piccole creature dal volto umano e dal corpo mostruoso. Vasari le chiamò arpie, e il quadro ha preso il nome da lì; oggi ci si vedono piuttosto le locuste dell'Apocalisse, che salgono dal pozzo dell'Abisso avvolto nel fumo — e un velo di fumo, a guardar bene, si intravede ancora. Sul piedistallo c'è anche un verso di un inno dell'Assunzione: la regina è portata in alto, al trono più alto. Maria sta in piedi proprio sopra quel pozzo, con due putti che le si aggrappano alle gambe e un libro appoggiato al fianco: più che una madre in trono, è una regina che ha vinto il male. Ai lati san Francesco con la croce e san Giovanni Evangelista con il suo libro, cioè l'autore dell'Apocalisse. Eppure lo stile resta quello del «pittore senza errori»: il gruppo si chiude in un triangolo, i colori sono pieni e limpidi, i gesti misurati, e niente nella costruzione tradisce l'inquietudine del soggetto. È un quadro in bilico: il tema è già apocalittico, la forma ancora perfettamente classica.

Andrea del Sarto non ha bisogno di andare a Roma per conoscere Michelangelo e Raffaello: nella Firenze del secondo decennio del Cinquecento le loro invenzioni sono già patrimonio comune, e lui le assorbe con una naturalezza che Vasari riassumerà in due parole, «senza errori». È un complimento con dentro un limite: la perfezione facile non ha lo slancio drammatico di Michelangelo né l'autorità pubblica di Raffaello.

La Madonna delle Arpie, del 1517, mostra questa sintesi al suo punto più alto: composizione stabile, colore limpido, un gruppo che si chiude in un triangolo come nelle Madonne di Raffaello. Il soggetto però è già inquieto — creature dell'Apocalisse sotto i piedi della Vergine — mentre la forma resta perfettamente in equilibrio.

Dalla sua bottega escono due pittori che quella tenuta la rompono apposta. Jacopo Carucci, detto il Pontormo, è suo allievo; Rosso Fiorentino, con ogni probabilità, ci passa. Rosso arriva alla rottura prima, nel 1521, con una Deposizione per Volterra fatta di figure scarnificate, gesti scomposti, luce che taglia la scena in blocchi quasi geometrici; un paio d'anni dopo, nel Mosè che difende le figlie di Ietro, i corpi nudi si ammucchiano fino a riempire la tela. Pontormo, fra il 1525 e il 1528, dipinge per la cappella Capponi in Santa Felicita un trasporto di Cristo senza croce e senza sepolcro — un gruppo di figure che reggono un corpo in uno spazio senza profondità, in colori chiari e freddi che in natura non si vedono così —, e subito dopo, a Carmignano, una Visitazione di quattro donne immobili che sembrano raddoppiarsi.

Nessuno dei due sbaglia per ignoranza: hanno imparato esattamente quello che del Sarto sapeva fare, e scelgono di romperlo. Per questo il manierismo si capisce male se lo si mette in fila, come uno stile che viene dopo il Rinascimento maturo: è piuttosto un atteggiamento verso la norma, che la stessa persona può praticare o no in momenti diversi. E la norma, intanto, non sparisce: negli stessi anni in cui Pontormo lavora a Santa Felicita, del Sarto affresca nel refettorio di San Salvi un'Ultima Cena in cui ogni gesto sta al suo posto.

E la parola porta dentro un'accusa. Vasari usa «maniera» in senso positivo — il modo personale e riconoscibile di un artista, la sua calligrafia — e con quella parola battezza il meglio del proprio secolo, la «maniera moderna». Il rovesciamento arriva cent'anni dopo, quando i teorici del ritorno all'antico accusano quella generazione di dipingere «di maniera», copiando i maestri invece di guardare la natura. Da lì «manierismo» diventa il nome di un'epoca di decadenza infilata fra Raffaello e Caravaggio, e quel sospetto la parola se lo porta ancora addosso.

La rottura era cominciata prima, ma il Sacco di Roma del 1527 e la caduta della Repubblica fiorentina nel 1530 — dopo un assedio, e una peste che uccide lo stesso del Sarto — le danno intorno un mondo in cui l'ordine non è più una cosa ovvia. Nel 1530 Rosso lascia l'Italia per la corte di Francesco I a Fontainebleau, e la maniera fiorentina comincia a diventare una lingua europea; Pontormo resta a Firenze, sotto i Medici tornati al potere.

Approfondimenti

Chi ha rovesciato la parola ha un nome. Nel Seicento è soprattutto Giovan Pietro Bellori, il teorico del ritorno all'antico, ad accusare i pittori del secolo prima di lavorare «di maniera»; e quando l'Ottocento costruisce le sue periodizzazioni ne ricava «manierismo», il nome di un'epoca di decadenza.

La riabilitazione comincia nel 1914, quando Walter Friedländer propone di leggere quei pittori non come imitatori esausti ma come autori di uno stile anticlassico voluto; negli anni Venti, dopo l'espressionismo, le loro figure allungate e i loro colori acidi sembrano improvvisamente moderni. Nel 1963 Pier Paolo Pasolini, nella Ricotta, rimette in scena come quadri viventi proprio le due Deposizioni di Rosso e di Pontormo: sono le sole scene a colori di un film in bianco e nero.

La categoria resta comunque scomoda. Anche «gotico» e «barocco» sono nati come insulti, ma hanno smesso di pungere; «manierismo» conserva ancora, nell'orecchio, il sospetto che chi ci sta dentro stia copiando qualcun altro — e un'etichetta che contiene un giudizio lo trasmette anche a chi la usa senza pensarci.

Vasari chiama Andrea del Sarto «pittore senza errori», e subito spiega che cosa gli mancava: se avesse avuto un animo un po' più fiero e ardito, scrive, sarebbe stato senza pari; una certa timidità, una natura dimessa e semplice, non gli lasciarono mai mostrare quel vivace ardore che l'avrebbe reso divino. Nelle stesse pagine racconta che nel 1518 Francesco I lo aveva chiamato in Francia, e che Andrea tornò a Firenze richiamato dalla moglie, Lucrezia del Fede, spendendo i soldi che il re gli aveva affidato per comprare opere d'arte in Italia: da lì, per Vasari, la sua fortuna si ferma. «Senza errori» è dunque un elogio e un limite insieme: Michelangelo, che rischia, sta più in alto. L'Ottocento prende la formula alla lettera e la trasforma in malinconia: nel 1855 Robert Browning dedica ad Andrea del Sarto, «il pittore senza errori», un monologo in versi in cui il pittore sa di essere perfetto e sa che non basta.

olio su tavola, 172 x 141 cm — Gallerie degli Uffizi (Firenze)

Tre anni prima della rottura piena della Deposizione di Volterra, Rosso Fiorentino affronta il genere più equilibrato e rassicurante della pittura sacra fiorentina — la sacra conversazione, Madonna in trono circondata da santi — e lo spiazza dall'interno. La pala, commissionata dallo spedalingo Leonardo Buonafé per l'ospedale di Santa Maria Nuova, mostra santi dai volti non idealizzati, quasi grezzi nella loro fisicità, illuminati da una luce fredda e innaturale che nega il calore devozionale tipico del genere. Non c'è ancora la violenza gestuale della Deposizione: la rottura è più sottile, giocata sul registro dei volti e della luce piuttosto che sul movimento dei corpi. Vasari racconta che lo spedalingo, vedendo il quadro ancora abbozzato, scappò via: quei santi gli sembravano diavoli. È la prova che la crisi manierista di Rosso non è un evento improvviso del 1521, ma un processo già in atto negli anni immediatamente precedenti.

architettura

Trent'anni prima che Rosso e Pontormo dipingano le loro Deposizioni, Giuliano da Sangallo costruisce per Lorenzo il Magnifico il compimento di un tipo che la villa medicea di Fiesole aveva appena avviato: la villa suburbana come manifesto architettonico. Il pronao classico con frontone a tempio, applicato, con ogni probabilità per la prima volta, a un edificio residenziale privato e non a un tempio o a una chiesa, dichiara un programma preciso — il signore rinascimentale che si presenta attraverso il linguaggio dell'antichità romana, in un contesto agricolo e non urbano. È il punto di massima fiducia nell'ordine classico, lo stesso ordine che la generazione successiva, cresciuta proprio sotto l'egida medicea, comincerà a interrogare e a piegare.

affresco, 461 x 990 cm — Villa Medicea di Poggio a Caiano

Nel Salone di Leone X a Poggio a Caiano, il giovanissimo Pontormo lavora fianco a fianco con Andrea del Sarto: la lunetta di Vertumno e Pomona mostra un gruppo di contadini e di divinità seduti sul muretto intorno a una finestra rotonda, in un impianto ancora classico e quasi bucolico — ma osservate le pose, già leggermente innaturali, i corpi accostati con una libertà che comincia a distanziarsi dall'equilibrio del maestro. Meno di dieci anni dopo, a Carmignano, quella libertà è diventata una lingua piena. Dalla giovinezza ancora serena accanto a del Sarto alla maturità di un linguaggio che moltiplica le figure fino a renderle irrisolvibili: è la stessa strada, percorsa da un uomo solo.

Chi erano

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Firenze, 16 luglio 1486

Vita e condizioni

Andrea d'Agnolo è figlio di un sarto, e dal mestiere del padre gli viene il nome. Nel 1518 sposa Lucrezia del Fede, giovane vedova, che secondo Vasari gli fece da modella per tutti i volti femminili; Vasari, che era stato suo allievo, le darà anche la colpa della sua carriera mancata. Fra il 1518 e il 1519 è in Francia alla corte di Francesco I, ma torna presto a Firenze e non riparte più. Muore a Firenze il 29 settembre 1530, di peste, nella città appena uscita dall'assedio, ed è sepolto alla Santissima Annunziata.

Formazione

Secondo Vasari comincia da ragazzo presso un orafo, poi passa alla pittura con Piero di Cosimo. Verso il 1506 divide la bottega con l'amico Franciabigio. Studia i cartoni di Leonardo e di Michelangelo per le battaglie di Palazzo Vecchio, e le opere di Raffaello che arrivano a Firenze.

Contesto storico

Lavora nella Firenze che passa dalla repubblica di Soderini al ritorno dei Medici, nel 1512, alla nuova cacciata del 1527 e all'assedio del 1529-30. Durante l'assedio, racconta Vasari, i soldati che distruggevano i dintorni della città si fermarono davanti al suo Cenacolo di San Salvi e lo lasciarono intatto.

Committenze

Soprattutto confraternite e conventi fiorentini: i Serviti della Santissima Annunziata, per cui affresca il chiostrino d'ingresso e la Madonna del Sacco; la compagnia dello Scalzo; le monache di San Francesco de' Macci, per cui dipinge la Madonna delle Arpie; i Vallombrosani di San Salvi, per il Cenacolo. Per i Medici lavora nella villa di Poggio a Caiano; per Francesco I dipinge in Francia la Carità, oggi al Louvre.

Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗
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Firenze, 8 marzo 1494

Vita e condizioni

Giovanni Battista di Jacopo deve il soprannome ai capelli rossi. Nel 1524 va a Roma, dove lo sorprende il Sacco del 1527: Vasari racconta che i lanzichenecchi lo fecero prigioniero, lo spogliarono e lo costrinsero a portare pesi. Scappa, lavora fra Perugia, Sansepolcro, Città di Castello e Arezzo, passa da Venezia, e nel 1530 arriva in Francia, dove Francesco I lo copre di onori e di rendite, fino a farlo canonico della Sainte-Chapelle. Muore in Francia il 14 novembre 1540; Vasari parla di suicidio, ma la notizia non ha conferme.

Formazione

Si forma a Firenze accanto alla bottega di Andrea del Sarto, anche se Vasari dice che non volle stare a lungo con nessun maestro; studia Michelangelo, soprattutto il cartone della Battaglia di Cascina. Nel 1513-14 affresca un'Assunta nel chiostrino della Santissima Annunziata, accanto alle storie dipinte da del Sarto e dai suoi allievi.

Contesto storico

Vive da vicino la crisi dell'Italia degli anni Venti: la Roma di Clemente VII, il Sacco, la fuga. In Francia trova un re che vuole portarsi a casa il Rinascimento italiano, e ne diventa il pittore.

Committenze

In Italia confraternite, ospedali e chiese: lo spedalingo di Santa Maria Nuova, che secondo Vasari si spaventò davanti ai santi della sua pala del 1518; la compagnia della Croce di Giorno di Volterra, per la Deposizione del 1521; le chiese di Sansepolcro e di Città di Castello dopo il Sacco. In Francia Francesco I, per il quale decora dal 1533 la galleria del castello di Fontainebleau.

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Jacopo Carucci (Pontormo) · Pontorme, presso Empoli, 24 maggio 1494

Vita e condizioni

Jacopo Carucci prende il nome dal paese in cui nasce. Resta orfano da bambino e cresce con la nonna; a tredici anni è a Firenze. Non si sposa, vive da solo e sempre più appartato: Vasari racconta che la sua stanza si raggiungeva con una scala di legno che lui tirava su per non essere disturbato. Negli ultimi anni tiene un diario, Il libro mio, dove annota che cosa mangia, come sta, a che punto è il lavoro. Muore a Firenze fra la fine del 1556 e i primi giorni del 1557, prima di finire gli affreschi del coro di San Lorenzo.

Formazione

Secondo Vasari passa da giovanissimo per le botteghe di Leonardo, Mariotto Albertinelli e Piero di Cosimo, e verso il 1512 entra in quella di Andrea del Sarto. Negli anni Venti studia le stampe di Dürer e le usa negli affreschi della Certosa del Galluzzo; più tardi guarda sempre di più a Michelangelo.

Contesto storico

Nel 1523, durante una pestilenza, si ritira alla Certosa del Galluzzo e ci dipinge le storie della Passione. Vive l'assedio del 1529-30 e il ritorno dei Medici: resta a Firenze, e lavora per il duca Alessandro e poi per Cosimo I, dalle ville medicee al coro di San Lorenzo.

Committenze

I Medici, a più riprese: la lunetta di Vertumno e Pomona nella villa di Poggio a Caiano, ritratti, le logge delle ville di Careggi e di Castello, e gli affreschi del coro di San Lorenzo, a cui lavora per più di dieci anni. Ludovico Capponi, per la cappella di famiglia in Santa Felicita; i certosini del Galluzzo; le famiglie fiorentine che gli chiedono ritratti.

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Strumenti collegati

Questo capitolo nella timeline dell'Atlante

Nel 1530 le strade si dividono. Rosso va in Francia, e a Fontainebleau la maniera diventa lo stile con cui un re si fa decorare il castello; Pontormo resta a Firenze, dove il suo allievo Bronzino diventerà il pittore del duca Cosimo de' Medici. Che cosa succede a una lingua nata come rottura, quando diventa la lingua ufficiale del potere?

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