Un pittore che rincorre la consacrazione, e un Oriente mai visto
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Delacroix costruisce con il colore, con la pennellata visibile, con il montaggio. Cosa succede quando un pittore lavora esattamente all'opposto — cancellando ogni traccia della propria mano?
Napoleone I sul trono imperiale
olio su tela — Musée de l'Armée, Parigi
Napoleone in trono, frontale, immobile, carico di insegne: scettro, mano della giustizia, corona d'alloro, ermellino. Non c'è azione, non c'è spazio, non c'è profondità — solo una superficie satura di simboli. Ingres ha ventisei anni e cerca il grande riconoscimento ufficiale con il soggetto più ambizioso possibile. Il risultato spiazza i critici del Salon: quella fissità ieratica sembra loro un passo indietro di secoli, qualcuno la definisce addirittura gotica. Guardate come è costruito lo spazio: nessuna profondità, nessun ambiente, solo una superficie in cui insegne, stoffe e simboli si distribuiscono a riempire il campo in modo perfettamente bilanciato — un'immagine che si legge come uno stemma più che come una scena. I materiali — velluto, pelliccia, oro — restituiti con una precisione quasi tattile e con zero materia pittorica: nessuna pennellata visibile da nessuna parte.
Bagnante di Valpinçon
olio su tela, 180 x 132 cm — Museo del Louvre (Parigi)
Una schiena. Nient'altro: nessuna azione, nessun volto, nessun racconto. La donna è seduta di spalle sul bordo di una vasca, e tutto il quadro vive sul contorno che scende dalla nuca alla vita e sul modo in cui la luce accarezza la pelle. Avvicinatevi mentalmente alla superficie: non troverete traccia del pennello, nessun rilievo, nessuna materia — solo un passaggio continuo di toni, ottenuto con velature sottilissime e sfumato fino a scomparire. È la firma tecnica di Ingres.
Jean-Auguste-Dominique Ingres passa la vita a rincorrere la consacrazione ufficiale, e sembra sapere ogni volta quale soggetto il proprio tempo desideri: l'imperatore in maestà sotto l'Impero, l'immaginario nordico ossianico che appassiona Napoleone, i grandi temi religiosi quando la Restaurazione li rimette al centro, l'Oriente quando l'Oriente vende, i ritratti della borghesia sotto la Monarchia di Luglio. Vince il Prix de Rome a ventun anni, nel 1801, e da quel momento non esce più dalle istituzioni: sarà presidente dell'École des Beaux-Arts, direttore dell'Accademia di Francia a Villa Medici, senatore sotto Napoleone III.
Il paradosso è che il suo tempo impara ad amarlo con vent'anni di ritardo. Napoleone I sul trono imperiale (1806) viene giudicato arcaizzante, quasi gotico; Il sogno di Ossian (1813), destinato a una camera da letto imperiale che Napoleone non userà mai, sembra ai critici semplicemente bizzarro; la Grande Odalisque (1814), esposta al Salon nel 1819, viene derisa per la sua anatomia impossibile.
Quei vent'anni li passa quasi tutti lontano da Parigi. Il Prix de Rome lo porta a Villa Medici solo nel 1806, perché lo Stato non ha i fondi per mandarcelo prima; e quando a Parigi il suo Napoleone viene deriso, lui resta in Italia — a Roma, poi a Firenze — per diciotto anni. Caduto Napoleone perde anche i committenti francesi, e per vivere disegna: ritratti a matita dei viaggiatori ricchi del Grand Tour, fatti in poche ore su un foglio piccolo e pagati subito. Per anni sono la sua entrata principale. Il pittore che insegnerà che il disegno è la probità dell'arte, con il disegno per molto tempo ci ha pagato l'affitto. La consacrazione arriva solo nel 1824, con il Voto di Luigi XIII, quando Ingres ha quarantaquattro anni — allo stesso Salon in cui Delacroix espone i Massacri di Scio, e da lì i due verranno messi uno contro l'altro per quarant'anni. Da quel momento non è più un pittore che inseguiva l'istituzione: è l'istituzione.
Quello che non cambia mai, in questa carriera fatta di soggetti diversissimi, è il modo di costruire un quadro. Ingres lavora per velature sottilissime, sfumando ogni passaggio fino a rendere invisibile la traccia del pennello: pelle di porcellana, superfici senza materia e senza rilievo. È l'esatto opposto di Goya e di Delacroix, dove il gesto della mano resta leggibile nel colore.
Le forme devono incastrarsi, gli spazi bilanciarsi, la linea scorrere senza interruzioni; e se per ottenere questo equilibrio occorre allungare una schiena oltre il possibile o ruotare un bacino in modo che nessun corpo umano potrebbe, Ingres lo fa senza esitare. Il suo insegnamento agli allievi si riassume in una formula rimasta celebre — il disegno è la probità dell'arte. Prima la linea, che definisce la forma e appartiene all'intelletto; poi il colore, che la riveste e appartiene ai sensi. E il corpo umano diventa materiale compositivo.
Questa gerarchia non è una sua invenzione: è la posizione dei poussinisti nella querelle du coloris, la guerra sul primato del disegno o del colore che aveva diviso l'Académie royale a partire dal 1671 e che sembrava chiusa nel 1717, quando l'Accademia stessa aveva accolto Watteau. Un secolo dopo si riapre esattamente dove si era interrotta: Ingres eredita il partito del disegno, e un altro pittore, in quegli stessi Salon, erediterà quello del colore.
Anche l'Oriente, in questa logica, non è un luogo: è un magazzino di scenografie. Ingres dipinge odalische e hammam per cinquant'anni, dalla Grande Odalisque del 1814 al Bagno turco del 1862, e non mette mai piede né in Turchia né in Africa. I turbanti, i ventagli di piume, le pipe lunghe, i tessuti provengono da culture diverse e vengono accostati senza alcuna coerenza: servono a suggerire genericamente la lontananza, e soprattutto a dare un pretesto al nudo senza bisogno di una dea: un mondo che Ingres non ha mai visto, e che può quindi montare come vuole. E in questo Ingres non è affatto isolato: lo sguardo occidentale su quel mondo immaginato, costruito per frammenti anche da Delacroix, qui diventa un sistema formale compiuto.
Approfondimenti
La Grande Odalisque
olio su tela, 91 x 162 cm — Museo del Louvre (Parigi)
La tecnica di Ingres è il rovescio esatto di quella dei suoi contemporanei romantici: preparazione lisciata, velature sottilissime, sfumature portate fino al punto in cui il passaggio da un tono all'altro diventa impercettibile. Il risultato è una superficie che non racconta nulla del proprio farsi — non si vede dove la mano abbia cominciato, né dove abbia finito. Dietro c'è la gerarchia accademica ereditata da David e prima ancora dai poussinisti: il disegno appartiene all'intelletto, il colore ai sensi, e il secondo deve servire il primo. La conseguenza più curiosa è che questa fedeltà assoluta al contorno porta Ingres a tradire l'anatomia — nella Grande Odalisque la schiena è allungata oltre ogni verosimiglianza, il bacino ruotato in modo impossibile — perché la linea non deve interrompersi. Un pittore che si proclama custode del vero secondo Raffaello, e che deforma il corpo umano più di qualunque romantico.
Nel 1760 lo scrittore scozzese James Macpherson pubblica alcuni frammenti che dichiara di avere raccolto e tradotto dai canti di Ossian, bardo gaelico del III secolo. In realtà, partendo da qualche ballata gaelica, li ha scritti in gran parte lui. È uno dei falsi letterari più clamorosi della storia europea, e insieme uno dei più fortunati: l'Ossian di Macpherson appassiona mezza Europa, ispira musica, pittura e poesia per decenni, e conquista fra gli altri Napoleone, che commissiona proprio a Ingres questa tela per il soffitto della propria camera da letto romana. È la stessa dinamica di Blake e di Flaxman: un'immagine che nasce da un testo invece che dall'osservazione — con la differenza che qui il testo stesso è un'invenzione.
Chi era
Montauban, 29 agosto 1780
Vita e condizioni
Figlio di un pittore e scultore decoratore di provincia, che gli insegna disegno e musica. Per diciotto anni in Italia vive in ristrettezze, soprattutto di ritratti disegnati a matita. Dal ritorno a Parigi, nel 1824, la sua vita coincide con le istituzioni che guida. Muore a Parigi il 14 gennaio 1867, a ottantasei anni, dopo aver firmato a ottantadue il Bagno turco.
Formazione
A Tolosa studia all'accademia e suona da secondo violino nell'orchestra del Capitole: è da qui che viene l'espressione francese «violon d'Ingres», la passione coltivata accanto al proprio mestiere. Nel 1797 entra nello studio di David a Parigi, e nel 1801 vince il Prix de Rome.
Contesto storico
Dall'Impero al Secondo Impero attraversa tutti i regimi del secolo, e da ciascuno riceve un soggetto: l'imperatore in trono, il sogno ossianico per una camera di Napoleone, il voto di un re di Francia, i banchieri e i giornalisti del regno di Luigi Filippo. Nel 1862 Napoleone III lo nomina senatore.
Committenze
Il Prix de Rome lo porta a Villa Medici solo nel 1806, perché lo Stato non ha i fondi per mandarcelo prima. Resta in Italia diciotto anni, a Roma fino al 1820 e poi a Firenze. Caduto Napoleone perde i committenti francesi di Roma, e per anni vive soprattutto di ritratti disegnati per i viaggiatori del Grand Tour. Tornato a Parigi diventa il ritrattista della borghesia della Monarchia di Luglio e il pittore delle grandi commissioni religiose e ufficiali.
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Questa levigatezza impeccabile, imparata nelle accademie e insegnata nelle accademie, non resta in Francia: viaggia, e trova in Italia un pittore che la usa per dire cose molto più rischiose di quanto la sua superficie perfetta lasci sospettare. Chi è?