Classicismo e naturalismo, Bologna e Roma, due pittori che si rispondono per tutta la vita
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Bologna, primi decenni del Seicento: due pittori crescono nella stessa tradizione, quella dei Carracci, per strade diverse: uno nella loro accademia, l'altro da solo, a Cento, guardando Ludovico. Uno diventa il simbolo della grazia classica, l'altro il maestro del chiaroscuro drammatico. Ma le loro strade non si separano mai del tutto — si rincorrono, si rispondono, si copiano a vicenda, fino a incontrarsi di nuovo alla fine, quando uno prenderà il posto dell'altro. Cosa significa essere "rivali" quando si condivide la stessa origine?
San Sebastiano (Guido Reni, Prado)
olio su tela — Museo del Prado (Madrid)
Sebastiano è solo. Il corpo, colpito da due frecce appena visibili, non mostra sofferenza: è un corpo idealizzato secondo il canone classico, i muscoli disegnati con la stessa cura che un antiquario dedicherebbe a una statua greca. Lo sguardo è rivolto al cielo, le labbra socchiuse in un'espressione che sta a metà tra il dolore e l'estasi. Non c'è narrazione, non c'è nessun altro personaggio: solo il corpo, la luce, il cielo. È il modo di Reni di rispondere al martirio — non raccontandolo, ma sublimandolo in un'immagine di bellezza pura, quasi senza tempo.
San Sebastiano curato da Irene (Guercino)
olio su tela, 179.5 x 225 cm — Pinacoteca Nazionale di Bologna
Qui Sebastiano non è solo: è sorretto da un giovane, mentre un anziano gli estrae con cura una freccia dal braccio, e la pia vedova Irene, in abiti orientaleggianti, prende una spugna da un catino per pulirgli le ferite. Guercino racconta un episodio preciso — il momento del soccorso, non del martirio — con un affollamento di gesti concreti e un chiaroscuro forte che si accosta spesso a Caravaggio — che Guercino però non aveva mai incontrato — e che deve molto anche a Ludovico Carracci. Alcuni storici hanno notato come questo tipo di scena affollata, in quegli stessi anni, si diffondesse anche come alternativa deliberata al San Sebastiano solitario e sensuale "alla maniera di Guido Reni" — le due strade, insomma, si distinguono già a occhio nudo fin dal primo confronto di questo capitolo.
Sepoltura e gloria di Santa Petronilla (Guercino)
olio su tela, 720 x 423 cm — Musei Capitolini (Roma)
Il dipinto si divide in due registri sovrapposti. In basso, tre necrofori calano il corpo di Petronilla in una tomba, in una scena di intenso naturalismo fisico — braccia nude, vene in evidenza, gesti concreti di fatica — che la critica ha accostato esplicitamente al Seppellimento di Santa Lucia dipinto da Caravaggio anni prima. In alto, in un cielo di un azzurro lapislazzuli intenso, la santa viene accolta da Cristo: qui il registro si fa più luminoso, quasi classicista. Guercino dipinge quest'opera colossale nello stesso periodo in cui lavora all'Aurora del Casino Ludovisi — eppure il registro terreno di questa pala resta ancora fortemente legato al naturalismo delle sue origini, segno che la sua conversione al classicismo non fu né improvvisa né uniforme.
Aurora (Guido Reni)
affresco — Casino dell'Aurora, Palazzo Pallavicini-Rospigliosi (Roma)
Apollo conduce una quadriga attraverso il cielo, preceduto dall'Aurora e da un corteo di figure allegoriche disposte in una composizione simmetrica e perfettamente leggibile, come un fregio classico srotolato sul soffitto. La cornice architettonica dipinta resta intatta: nessuno sfondamento, nessun inganno prospettico. È un affresco che rifiuta l'illusionismo — la scena si offre allo sguardo tutta insieme, senza chiedere allo spettatore di alzare il capo con lo stupore di chi guarda attraverso un varco impossibile.
Carro dell'Aurora (Guercino)
affresco — Casino dell'Aurora, Villa Boncompagni Ludovisi (Roma)
Sette anni dopo l'Aurora di Reni, Guercino dipinge la propria, e il confronto viene da sé. Ma qui la cornice architettonica dipinta da Agostino Tassi viene volutamente "rotta": l'Aurora sfonda lo spazio dipinto in un ardito scorcio dal basso verso l'alto, come se il soffitto si aprisse davvero sul cielo. È uno dei primi grandi sfondamenti illusionistici della Roma barocca — un seme che, nei prossimi anni, Lanfranco e Pietro da Cortona porteranno a compimento su scala sempre più grande.
Guido Reni e Guercino nascono a poca distanza l'uno dall'altro, si formano nello stesso ambiente bolognese erede dei Carracci, e per tutta la vita le loro carriere si intrecciano — a volte per rivalità dichiarata, a volte per semplice destino professionale, fino a quando, nel 1642, alla morte di Reni, sarà proprio Guercino a succedergli come caposcuola bolognese, ereditandone committenti e progetti incompiuti.
Le differenze, però, sono nette fin dai primi confronti diretti. Nel San Sebastiano, Reni sceglie la solitudine e l'idealizzazione: il corpo del santo, colpito dalle frecce, non soffre — si offre allo sguardo come un corpo classico, quasi estraneo al dolore fisico. Guercino, nello stesso torno di anni, dipinge invece un San Sebastiano affollato di personaggi e di gesti concreti, ancora debitore del naturalismo caravaggesco che non aveva conosciuto di persona ma che gli arrivava per via indiretta. La storiografia ha notato che questo tipo di scena affollata si diffuse anche come alternativa deliberata al nudo solitario "alla maniera di Reni" — segno che il contrasto tra i due era già percepito con chiarezza dai contemporanei.
Lo stesso contrasto si ripresenta, con sfumature diverse, nelle due grandi pale religiose che entrambi dipingono per commissioni pubbliche di primo piano. La Pala della Peste di Reni, dipinta nel 1630 per la città di Bologna devastata dal contagio, mantiene un registro calmo e luminoso anche di fronte alla tragedia. La Sepoltura e gloria di Santa Petronilla di Guercino, commissionata qualche anno prima, nel 1621, per un altare di San Pietro, si divide invece in due registri: uno ancora fortemente naturalistico e fisico nella scena del seppellimento, uno più classicista nella gloria celeste — la prova che la conversione di Guercino al linguaggio classicista non fu un interruttore acceso di colpo, ma un processo lento e non lineare.
È però con le due Aurore che il confronto tra i due pittori raggiunge il suo momento più esplicito e dichiarato. Nel 1614 Reni affresca per il Casino Rospigliosi-Pallavicini un'Aurora di quadriga e figure allegoriche, racchiusa in una cornice architettonica dipinta che resta rigorosamente intatta: nessuno sfondamento, nessun inganno ottico, solo l'equilibrio e la chiarezza del disegno classico. Sette anni dopo, nel 1621, Guercino dipinge per il Casino Ludovisi la propria Aurora — e il confronto con Reni viene da sé: la cornice dipinta da Agostino Tassi viene volutamente "rotta", e la figura dell'Aurora sfonda lo spazio in un ardito scorcio dal basso verso l'alto. Non è più un affresco da leggere come un fregio disteso: è una delle prime grandi aperture illusionistiche di un soffitto barocco romano, il seme di ciò che Lanfranco e Pietro da Cortona porteranno presto a un livello ancora più spettacolare.
Bologna e Roma, quiete e movimento, classicismo compiuto e classicismo che si apre già verso l'illusione: due strade diverse, partite dalla stessa tradizione, che continueranno a incrociarsi per tutta la loro vita — fino a quando, alla morte di Reni, sarà lo stesso Guercino a raccoglierne l'eredità.
Approfondimenti
Ratto di Elena (Guido Reni)
olio su tela, 253 x 265 cm — Museo del Louvre (Parigi)
Suicidio di Didone (Guercino)
olio su tela — Galleria Spada (Roma)
Nel 1627 il re di Spagna Filippo IV commissiona a Reni una grande tela con il Ratto di Elena. Al termine dei lavori, però, gli emissari spagnoli litigano sul pagamento, e il quadro resta invenduto — finché il cardinale Bernardino Spada, che aveva seguito personalmente la commissione, non suggerisce a Maria de' Medici, regina madre di Francia, di acquistarlo. La regina accetta, e coglie l'occasione per chiedere anche a Reni di raggiungerla a Parigi per altri lavori. Reni rifiuta l'invito, più volte. Spada allora propone come sostituto Guercino, meno noto ma disponibile: la regina, non conoscendone l'opera, chiede una prova — e lo Spada sceglie come soggetto il Suicidio di Didone. Ma prima che il pagamento potesse concludersi, Maria de' Medici cade in disgrazia politica e va in esilio: il quadro di Guercino non le verrà mai consegnato, e resterà per sempre nella collezione dello stesso cardinale Spada, dove si trova tuttora. Anche il Ratto di Elena, giunto in Francia, non arriverà mai davvero nelle sue mani. Dopo la morte della regina nel 1642, i contemporanei cominciarono a leggere i due dipinti come una metafora della sua sorte — l'esilio di Elena, la morte di Didone abbandonata — ma è bene essere chiari: si tratta di una lettura nata a posteriori, dopo i fatti, non dell'intenzione originaria con cui i due quadri furono pensati. Lo sapevano bene anche i contemporanei più informati, come lo stesso Spada.
Il quadraturismo — dal latino quadratura, la costruzione prospettica delle superfici — è la tecnica che permette di dipingere architetture finte perfettamente coerenti con lo spazio reale della stanza, così da farle sembrare un prolungamento fisico dell'ambiente. Tassi fu tra i praticanti più ricercati di Roma in questo campo, al servizio di alcune delle famiglie più potenti della città.
Et in Arcadia Ego (Guercino)
olio su tela, 78 x 89 cm — Galleria Nazionale d'Arte Antica, Palazzo Barberini (Roma)
Bagnanti (Diana e Atteone?) - Guercino
olio su tela — Museum Boijmans Van Beuningen (Rotterdam)
Nel 1618 Guercino dipinge due pastori che scoprono, poggiato su un blocco di pietra tra le rovine, un teschio umano accompagnato da un'iscrizione: "Et in Arcadia ego" — anche in Arcadia, io [la morte]. È la prima formulazione pittorica conosciuta di quello che diventerà uno dei motti più celebri della storia dell'arte, ripreso e reinterpretato per secoli: anche nel luogo più idilliaco e innocente, la morte è presente. Guercino sperimenta, nello stesso periodo, anche un altro registro meno consueto: in un dipinto oggi a Rotterdam, figure femminili nude si muovono in un paesaggio fluviale, in una scena che oscilla tra il paesaggio puro e la pittura di storia mitologica — l'identificazione con l'episodio di Diana e Atteone resta un'ipotesi, non una certezza. In entrambi i casi, Guercino non sta illustrando un soggetto già codificato: sta inventando, o quantomeno sperimentando, generi e formule che prima di lui non esistevano in questa forma.
Strage degli Innocenti (Guido Reni)
olio su tela, 268 x 170 cm — Pinacoteca Nazionale di Bologna
Atalanta e Ippomene (Guido Reni)
olio su tela, 191 x 264 cm — Museo nazionale di Capodimonte (Napoli)
Guardate come si dispongono le figure nella Strage degli Innocenti (1611): non è il caos che una strage reale produrrebbe, ma una composizione costruita secondo diagonali e piramidi studiate a tavolino, dove ogni corpo occupa uno spazio calcolato in rapporto agli altri. Lo stesso principio regola l'Atalanta e Ippomene (1618-1619 circa): l'istante in cui Atalanta si china a raccogliere il pomo d'oro è colto in una spirale di linee che guida lo sguardo dello spettatore lungo l'intero arco del movimento, dal piede sollevato alla mano tesa. Reni non dipinge mai un gesto o un corpo come apparirebbe nella realtà istantanea: prima lo costruisce nella mente, come un coreografo che dispone i danzatori sulla scena, e solo dopo lo trasferisce sulla tela. È esattamente questo che intendevano i contemporanei quando parlavano del suo classicismo come di un'arte "che seleziona il meglio della natura" — non una copia, ma un allestimento.
Chi erano
Bologna, 4 novembre 1575
Vita e condizioni
Figlio di un musicista, a nove anni è nella bottega del fiammingo Denys Calvaert, poi passa all'accademia dei Carracci. Lavora a Roma nei primi quindici anni del Seicento e poi torna a Bologna, che non lascia quasi più; nel 1621 fugge da Napoli dopo le minacce dei pittori locali. Non si sposa e vive con la madre; si racconta che temesse le donne e il veleno. Ha il vizio del gioco, che lo indebita e lo costringe a dipingere in fretta per pagare. Muore a Bologna il 18 agosto 1642 ed è sepolto in San Domenico.
Formazione
Calvaert, poi Ludovico, Agostino e Annibale Carracci; a Roma Raffaello e la scultura antica.
Contesto storico
La Roma di Paolo V Borghese, con il cardinale nipote Scipione grande collezionista, e la Bologna pontificia, seconda città dello Stato della Chiesa, dove dopo il 1614 è il pittore più pagato e la bottega più grande.
Committenze
A Roma il cardinale Pietro Aldobrandini (Crocifissione di san Pietro, 1604-05); Paolo V e Scipione Borghese, per cui affresca l'Aurora nel casino del giardino del cardinale (1613-14) e la cappella Paolina in Santa Maria Maggiore. A Bologna il Senato e le confraternite, con la Pietà dei mendicanti (1616), e le chiese della città; collezionisti di tutta Europa, fino alla regina d'Inghilterra.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Giovan Francesco Barbieri (Guercino) · Cento (Ferrara), 8 febbraio 1591
Vita e condizioni
Viene da una famiglia modesta; il soprannome gli viene dallo strabismo, causato secondo la tradizione da uno spavento da bambino. Cresce a Cento, una piccola città fra Bologna e Ferrara, e lì resta per gran parte della vita. Il viaggio a Roma (1621-23), al seguito del papa bolognese Gregorio XV, finisce con la morte del papa. Rifiuta gli inviti dei re di Francia e d'Inghilterra. Nel 1642, morto Reni, si trasferisce a Bologna e ne prende il posto. Non si sposa; tiene con il fratello un libro dei conti in cui annota ogni quadro e ogni pagamento. Muore a Bologna il 22 dicembre 1666.
Formazione
Quasi autodidatta: brevi apprendistati presso pittori di Cento, e l'esempio di Ludovico Carracci, che ne loda presto il talento.
Contesto storico
L'Emilia pontificia e la Roma di un papa bolognese, Gregorio XV Ludovisi; poi, a lungo, una provincia da cui un pittore poteva lavorare per l'Europa intera senza muoversi.
Committenze
Il cardinale Alessandro Ludovisi, arcivescovo di Bologna, che diventato Gregorio XV lo chiama a Roma: l'Aurora nel casino Ludovisi (1621) e la Sepoltura di santa Petronilla per San Pietro (1623). Poi pale e quadri da stanza per chiese e collezionisti italiani e stranieri, tutti registrati nel libro dei conti con i prezzi.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Perugia, verso il 1578
Vita e condizioni
Nato Agostino Buonamici, prende il cognome di un protettore, il marchese Tassi. Ha una vita violenta e piena di processi. Nel 1612 è processato a Roma per lo stupro di Artemisia Gentileschi, la figlia del pittore Orazio, con cui lavorava: viene condannato all'esilio, ma la pena non è mai eseguita, grazie a protettori potenti. Muore a Roma nel 1644.
Formazione
Non documentata con certezza; secondo le fonti antiche si forma a Firenze e a Livorno, dove impara a dipingere navi e porti.
Contesto storico
La Roma di Paolo V e di Gregorio XV, con i suoi grandi cantieri di decorazione in cui lavorano squadre di specialisti: chi le figure, chi i paesaggi, chi le architetture dipinte.
Committenze
Con Orazio Gentileschi il casino delle Muse nel palazzo di Scipione Borghese (1611-12); la Sala Regia del Quirinale per Paolo V; le finte architetture che inquadrano l'Aurora di Guercino nel casino Ludovisi (1621).
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Strumenti collegati
Questo capitolo nella timeline dell'Atlante
Guercino comincia la sua carriera come naturalista, quasi tenebrista, e la chiude come classicista, erede diretto di Reni alla guida della scuola bolognese. Ma nello stesso momento in cui la sua Aurora rompe la cornice dipinta e apre lo spazio verso l'alto, un altro pittore — Giovanni Lanfranco — sta per portare questa stessa idea a una scala molto più grande, su una cupola vera. Cosa succede quando l'illusione, invece di aprire un piccolo squarcio in un soffitto privato, invade lo spazio sacro di un'intera chiesa?