Friedrich e Martin: il silenzio di un uomo solo, il fragore della fine del mondo
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Turner scioglie il mondo nella luce e nel progresso. Cosa succede quando un paesaggio si ferma invece davanti al silenzio assoluto, e alla morte?
Viandante sul mare di nebbia
olio su tela, 94.8 x 74.8 cm — Hamburger Kunsthalle (Amburgo)
Un uomo, visto solo di spalle, sta immobile su una roccia sopra un mare di nebbia da cui emergono cime di montagne. Non vediamo il suo volto, non sappiamo cosa provi mentre guarda: la Rückenfigur, la figura vista da dietro, è il dispositivo che Friedrich userà per tutta la vita. Non ci mostra un'emozione — ci offre il suo stesso punto di vista, costringendoci a guardare la vastità esattamente da dove la guarda lui, senza la possibilità di leggergli in faccia cosa sente.
Abbazia nel querceto
olio su tela, 110.4 x 171 cm — Alte Nationalgalerie (Berlino)
Querce spoglie, lapidi nella neve, e in mezzo i resti di un'abbazia gotica ridotta a un guscio vuoto. Una fila di monaci porta una bara verso il portale in rovina, e sta per scomparire nel buio dell'interno, senza soffitto, senza più nulla dietro. Anche le querce, simbolo del mondo pagano germanico precristiano, sono ormai secche: qui non decade solo un edificio, decadono due mondi, uno dentro l'altro. Eppure guardate il portale: dentro c'è un crocifisso, e croci stanno anche sulle tombe. Il corteo cammina verso di lui, fra le rovine.
Il grande giorno della sua ira
olio su tela — Tate Britain, Londra
Un'intera città si capovolge e precipita in un abisso di luce rossastra: montagne che si sollevano come onde di pietra solida, edifici che crollano, minuscole figure umane travolte senza scampo. Non è più la morte silenziosa di un uomo solo davanti al vuoto: è la fine del mondo intero, in diretta, con tanto di pubblico — le mostre di Martin attiravano folle enormi, disposte a pagare il biglietto apposta per provare questo terrore.
Caspar David Friedrich conosce la morte fin da bambino, e non in astratto. Sua madre muore quando lui ha sette anni, una sorella l'anno dopo, un'altra sorella di tifo quando lui ne ha diciassette. Ma il lutto più duro arriva nel 1787, quando Friedrich ha tredici anni: secondo il racconto di famiglia, pattinando su un lago ghiacciato insieme al fratello minore Johann Christoffer, il ghiaccio si spezza sotto di lui, e il fratello, nel tentativo di salvarlo, cade nell'acqua gelata e annega sotto i suoi occhi. Decenni dopo, in un dipinto come Il mare di ghiaccio (1823-24), lastre di ghiaccio accatastate stritolano un'imbarcazione senza mostrare nessun superstite: la stessa materia che gli aveva tolto il fratello diventa, nella sua pittura, l'immagine stessa dell'indifferenza della natura verso l'uomo. Quelle lastre però non sono inventate: nell'inverno 1820-21 Friedrich aveva studiato dal vero, e dipinto, i blocchi di ghiaccio sull'Elba a Dresda, con la stessa pazienza con cui Constable studiava le nuvole.
È un'indifferenza che Friedrich sceglie di rappresentare quasi sempre attraverso un dispositivo preciso: la Rückenfigur, la figura vista di spalle. Nel Viandante sul mare di nebbia (1818) un uomo osserva un oceano di nubi da cui emergono cime di montagne — non vediamo il suo volto, non sappiamo se provi terrore, meraviglia, o entrambe le cose insieme. Friedrich non ci mostra un'emozione da osservare: ci mette nello stesso punto in cui si trova lui, a guardare la stessa vastità con lo stesso silenzio.
Questo silenzio diventa esplicitamente funebre nell'Abbazia nel querceto (1809-10), dipinta come pendant a un'altra opera, Il monaco in riva al mare, ed esposta insieme a Berlino nel 1810 — Friedrich volle che il Monaco fosse appeso proprio sopra l'Abbazia. Una fila di monaci porta una bara verso i resti in rovina di un'abbazia gotica, fra querce spoglie e lapidi coperte di neve. Le querce non sono un dettaglio decorativo: simbolo del mondo pagano germanico precedente al cristianesimo, sono ormai secche quanto l'edificio cristiano che le ha sostituite — due mondi che il tempo ha consumato, uno dentro l'altro. Ma nel portale in rovina c'è un crocifisso, croci stanno sulle tombe nella neve, e il corteo porta il suo morto proprio lì. Friedrich era un luterano devoto, e il quadro tiene insieme il lutto e la speranza: la rovina non è l'ultima parola. Il Monaco, sopra di essa, mostra invece cosa c'è prima di ogni rito: solo una minuscola figura e il vuoto assoluto di cielo e mare, senza nessun appiglio per lo sguardo. Il poeta Heinrich von Kleist, vedendolo esposto, scrisse che fissarlo era come avere le palpebre tagliate via.
A questa contemplazione silenziosa e privata della morte, qualche decennio più tardi l'Inghilterra oppone un registro completamente diverso. John Martin, nel terzo pannello del suo trittico sul Giudizio, Il grande giorno della sua ira (1851-53), dipinge la fine del mondo come uno spettacolo di massa: città intere che si capovolgono in un abisso, montagne che si sollevano come onde di pietra, minuscole figure umane travolte senza scampo. Le mostre itineranti di questi quadri attiravano folle enormi, disposte a pagare pur di provare quel terrore. Secondo il figlio dell'artista, Martin trovò l'ispirazione durante un viaggio notturno attraverso la Black Country, il cuore industriale dell'Inghilterra — la stessa rivoluzione industriale che sta dietro la Téméraire e il treno di Turner produce, in un altro pittore, non un'elegia silenziosa ma un'apocalisse rumorosa e affollata.
Approfondimenti
La Rückenfigur non è un'invenzione isolata del Viandante: Friedrich la usa in decine di quadri, sempre con lo stesso effetto. Mostrando la schiena invece del volto, elimina qualsiasi possibilità di leggere un'emozione specifica sul viso del personaggio — non c'è sorpresa, non c'è gioia, non c'è paura da osservare dall'esterno. Chi guarda il quadro è costretto a occupare quello stesso punto di vista, a fare propria la contemplazione invece di limitarsi a osservarla. Nel Monaco in riva al mare porta il dispositivo al limite: la figura è così minuscola e così priva di ogni appiglio circostante che alcuni storici dell'arte l'hanno definito, con qualche esagerazione ma non del tutto a torto, come una delle prime immagini quasi astratte della pittura occidentale.
Le grandi tele di John Martin, enormi macchine teatrali sul Giudizio Universale, furono immensamente popolari nella prima metà dell'Ottocento — vennero riprodotte in migliaia di incisioni e portate in tournée in Inghilterra e in America. Verso la metà del secolo, ai critici vittoriani più sobri, la loro teatralità cominciò a sembrare eccessiva, quasi ridicola. Eppure gli storici dell'arte oggi notano quanto quelle visioni assomiglino ai film catastrofici e agli effetti speciali del cinema contemporaneo: lo stesso appetito per la fine del mondo, resa il più vividamente possibile, non è mai scomparso — ha solo cambiato tecnica.
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Friedrich e Martin guardano la morte da lontano — nella natura indifferente, nell'apocalisse immaginata di un testo sacro. Cosa succede quando un pittore la guarda da vicino, negli occhi, durante una guerra vera, nel proprio stesso paese?