Trent'anni separano queste due versioni della stessa scena, dipinte dalla stessa mano. Nella prima ogni figura è distinta, il disegno è saldo, la superficie levigata. Nella seconda i corpi sembrano dissolversi in colpi di pennello, a tratti quasi in impronte di dita. Cosa succede, in una sola carriera, perché lo stesso soggetto diventi quasi irriconoscibile come opera dello stesso artista?

Domanda

Trent'anni separano queste due versioni della stessa scena, dipinte dalla stessa mano. Nella prima ogni figura è distinta, il disegno è saldo, la superficie levigata. Nella seconda i corpi sembrano dissolversi in colpi di pennello, a tratti quasi in impronte di dita. Cosa succede, in una sola carriera, perché lo stesso soggetto diventi quasi irriconoscibile come opera dello stesso artista?

Incoronazione di spine (versione Louvre)

Incoronazione di spine

Incoronazione di spine

Tiziano Vecellio · 1570-1576

Ritratto di Pietro Aretino

Ritratto di Pietro Aretino

Tiziano Vecellio · 1545

Autoritratto (Tiziano)

Autoritratto (Tiziano)

Tiziano Vecellio · 1562 circa

Lo scorticamento di Marsia

Lo scorticamento di Marsia

Tiziano Vecellio · 1570-1576 circa

Pietà

Pietà

Tiziano Vecellio · 1575-1576

Disegno contro colorito

Disegno contro colorito

Tiziano: l'ultimo stile

Quando il contorno si scioglie nella materia del colore

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Trent'anni separano queste due versioni della stessa scena, dipinte dalla stessa mano. Nella prima ogni figura è distinta, il disegno è saldo, la superficie levigata. Nella seconda i corpi sembrano dissolversi in colpi di pennello, a tratti quasi in impronte di dita. Cosa succede, in una sola carriera, perché lo stesso soggetto diventi quasi irriconoscibile come opera dello stesso artista?

Incoronazione di spine (versione Louvre)

Incoronazione di spine (versione Louvre)

Tiziano Vecellio · 1542-1544 circa

olio su tela, 303 x 180 cm — Museo del Louvre (Parigi)

Contate i bastoni. Sono cinque o sei, impugnati dai soldati che circondano Cristo seduto, e convergono tutti sullo stesso punto: la corona di spine premuta sulla testa. Formano una specie di stella rovesciata, e sono la struttura geometrica su cui l'intera scena è costruita — Tiziano dispone i corpi attorno a quel fascio di linee, non il contrario.
Guardate poi in alto, sopra l'arco: una testa scolpita, con un'iscrizione che nomina l'imperatore Tiberio. Non è un ornamento. Dice sotto quale autorità la scena sta avvenendo, e la dice con un ritratto, come si faceva negli edifici pubblici romani.
Infine notate come si comporta la superficie. Ogni figura si stacca dal fondo con un margine netto, i blocchi di pietra rustica sono contati uno per uno, il colore è steso liscio e uniforme. È una pittura che si lascia ancora descrivere pezzo per pezzo: tenetelo a mente, perché fra trent'anni la stessa mano dipingerà la stessa scena in un modo che rende questa descrizione impossibile.

Le due Incoronazioni di spine raccontano lo stesso episodio, i soldati romani che deridono Cristo incoronandolo di spine prima della crocifissione, ma separate da circa trent'anni sembrano uscite da due mani diverse. Nella prima versione, dipinta intorno al 1542-1544, ogni figura resta distinta, i contorni sono saldi, l'architettura sullo sfondo leggibile in ogni dettaglio: è una pittura che si lascia ancora descrivere pezzo per pezzo. Nella seconda, dipinta negli ultimi anni di vita dell'artista, fra il 1570 e il 1576, i contorni si dissolvono in passaggi di colore, la superficie si fa densa e materica, e le fonti dell'epoca raccontano che Tiziano lavorava ormai anche con le dita, non solo con il pennello.

Giorgio Vasari visita lo studio di Tiziano a Venezia nel 1566, quando il pittore ha quasi ottant'anni, e descrive questa maniera tarda come una pittura «di macchia», condotta a colpi grossi — quella che oggi definiremmo una pennellata sfaldata — diversa da come Tiziano dipingeva da giovane con disegno accurato. Lui, che viene dal disegno, la guarda con diffidenza, eppure la chiama «giudiziosa, bella e stupenda», e capisce che dietro quei colpi c'è un lavoro lunghissimo. Registra anche un'osservazione tecnica esatta, che chiunque può ancora verificare davanti al quadro: da vicino non si distingue quasi nulla, da lontano tutto torna al proprio posto.

Non è il primo ad accorgersene. Già nel 1545 Pietro Aretino manda a Cosimo de' Medici il ritratto che Tiziano gli ha appena fatto, e mentre lo elogia — «respira, batte i polsi» — scrive anche che è «più tosto abbozzato che fornito»: se avesse dato al pittore più scudi, aggiunge, i drappi sarebbero venuti più lucidi. È una battuta fra amici di vecchia data, ma dice due cose: che la mano larga si vedeva già trent'anni prima della fine, e che chi guardava la registrava come lavoro lasciato a metà.

Su come Tiziano lavorasse concretamente in questi ultimi anni c'è il racconto del pittore Palma il Giovane, che diceva di averne frequentato la bottega; a metterlo per iscritto, un secolo dopo, sarà Marco Boschini. Dice che Tiziano costruiva i propri quadri per stadi successivi nel tempo, tornandovi sopra dopo settimane o mesi, e che nel frattempo girava le tele contro il muro, per poterle riguardare con occhio nuovo quando vi tornava sopra. Il disegno di contorno, dice ancora quel racconto, non serviva più: la forma nasceva direttamente dentro la materia del colore, strato dopo strato, invece che essere prima stabilita e poi colorata.

Perché la sua pittura cambi così negli ultimi vent'anni non ha una risposta sola. C'è il metodo di lavoro raccontato da Palma il Giovane: dipingere per stadi successivi porta, alla lunga, a far nascere la forma dentro il colore invece che prima del colore. C'è l'Europa della seconda metà del secolo, spaccata fra Riforma e Controriforma, molto meno sicura di sé di quella in cui era stata dipinta l'Assunta dei Frari. E c'è un uomo vecchissimo, ricco e famoso, che dipinge ormai soprattutto per sé. Le tre cose stanno insieme.

Di quegli anni restano anche i due quadri in cui Tiziano si guarda: l'autoritratto di profilo del Prado, con al collo la catena d'oro del cavalierato, e lo Scorticamento di Marsia, dove il vecchio seduto in disparte, che assiste allo strazio senza muoversi, ha con ogni probabilità il suo volto.

Tiziano muore il 27 agosto 1576, durante un'epidemia di peste che sta devastando Venezia, a un'età che le fonti stimano fra gli ottantacinque e i novant'anni. Lascia incompiuta sul cavalletto una Pietà pensata per la propria tomba: doveva andare ai Frari, in cambio della sepoltura, ma un contrasto con i frati la riportò nello studio, e ai Frari Tiziano sarà sepolto senza il suo quadro. È una tela in cui la materia del colore ha raggiunto il punto più estremo di dissoluzione di tutta la sua carriera: verrà completata da Palma il Giovane dopo la sua morte, l'ultima, definitiva versione di un pittore che aveva cominciato la propria carriera dipingendo accanto a Giorgione, agli albori del secolo, e la chiude su una superficie di colore che sembra già appartenere a un'altra epoca.

Approfondimenti

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carta, 29,5 x 19,5 cm — Isabella Stewart Gardner Museum, Boston

Per capire perché Vasari non riesca ad approvare fino in fondo quello che pure vede benissimo, bisogna sapere che nel Cinquecento esiste una controversia aperta su che cosa sia il fondamento della pittura, e che le due risposte hanno una geografia.

A Firenze e a Roma il fondamento è il disegno. Non nel senso del tratto a matita: nel senso dell'idea della forma, concepita nella mente prima di toccare qualunque materiale, e quindi valida indifferentemente per un dipinto, una statua o un edificio. È per questo che Vasari può scrivere una storia sola di pittori, scultori e architetti: sono tre mestieri che condividono lo stesso padre. Il foglio qui accanto è disegno in questo senso — Michelangelo lo finisce come si finisce un quadro e lo regala a Vittoria Colonna: non è l'appunto per un'opera, è l'opera. Chi la pensa così ha un ottimo motivo per tenerci — se la forma nasce nella mente, allora dipingere è un'attività intellettuale, e il pittore non è un artigiano.

A Venezia si risponde diversamente. Si disegna anche lì, ma la forma non è fissata prima: nasce dentro il colore, si comincia a dipingere e la figura si stabilisce strato dopo strato, correggendo. È il metodo che Palma il Giovane descrive per Tiziano, ed è anche una posizione teorica difesa per iscritto — nel 1557 il veneziano Lodovico Dolce pubblica un dialogo in cui Tiziano viene messo al di sopra di Michelangelo proprio su questo terreno.

Vasari, toscano, guarda la pittura tarda di Tiziano con la misura che ha: cerca il disegno, non lo trova, e la presenta quasi come un cedimento dovuto all'età più che come una scelta. Tre secoli dopo, gli stessi quadri verranno indicati come l'inizio della pittura moderna esattamente per la ragione per cui erano stati giudicati manchevoli. Lo stesso fatto — il contorno che si scioglie nella materia — descritto una volta come perdita e una volta come conquista: non è cambiata l'opera, è cambiato il metro.

Chi era

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Pieve di Cadore, verso il 1488-90

Vita e condizioni

Famiglia agiata di Cadore, fra legge, amministrazione locale e commercio del legname. L'anno di nascita è incerto perché da vecchio si aggiunse anni: in morte fu detto centenario. Dal 1525 è sposato con Cecilia, figlia di un barbiere di Perarolo, che gli aveva già dato due figli e muore nel 1530 dando alla luce Lavinia; dei figli Pomponio si fa prete, Orazio lavora con lui in bottega. Muore a Venezia il 27 agosto 1576, durante la peste che uccide anche Orazio, ed è sepolto ai Frari.

Formazione

Arriva a Venezia da ragazzo e passa per la bottega di Gentile Bellini, poi per quella di Giovanni. Verso il 1508 lavora accanto a Giorgione agli affreschi del Fondaco dei Tedeschi, più da pari che da allievo.

Contesto storico

Lavora nella Venezia più ricca e potente del Cinquecento, e insieme per le corti che fanno la politica d'Europa: gli Este, i Gonzaga, i Farnese, gli Asburgo. Viaggia poco e solo quando conviene: a Roma nel 1545-46, alla corte di Paolo III, e ad Augusta nel 1548 e nel 1550-51, presso Carlo V.

Committenze

Nel 1516, alla morte di Giovanni Bellini, diventa il pittore ufficiale della Repubblica, con una rendita di cento ducati l'anno sui proventi del Fondaco dei Tedeschi. Per i Frari dipinge l'Assunta e la Pala Pesaro; per Alfonso d'Este i Baccanali del Camerino; poi i ritratti di Paolo III e dei Farnese. Nel 1533 Carlo V lo fa conte palatino e cavaliere dello sperone d'oro, e per lui dipinge il ritratto equestre di Mühlberg; per Filippo II le poesie mitologiche.

Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗

Strumenti collegati

Questo capitolo nella timeline dell'Atlante

Se lo stesso soggetto, dipinto dalla stessa mano, può apparire come opera di due artisti diversi a trent'anni di distanza, cosa significa davvero parlare dello "stile" di un pittore, come se fosse una cosa sola e stabile per tutta una carriera?

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