Tre generi, tre mercati, la stessa riforma
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Alla fine del Cinquecento la maniera si è esaurita come linguaggio: troppo ripetuta, e ormai codificata nei trattati. A Bologna due fratelli e un loro cugino fondano una scuola per uscirne — tornare a disegnare dal vero, tornare a studiare i grandi maestri con occhi nuovi. Ma la stessa famiglia, nel giro di pochi anni, dipinge un contadino che mangia fagioli, una Vergine in una stanza spoglia e un soffitto affollato di divinità pagane per il palazzo più prestigioso di Roma. È ancora la stessa riforma?
Mangiafagioli
olio su tela, 57 x 68 cm — Galleria Colonna (Roma)
L'uomo alza gli occhi verso di voi, come se vi avesse appena visti entrare mentre stava per portare il cucchiaio alla bocca. Il gesto resta sospeso, e qualche goccia di brodo ricade nella scodella. Con la sinistra tiene stretto un pezzo di pane: un gesto di difesa del proprio pasto, non di posa. Porta un cappello di paglia e un giubbetto logoro sopra la camicia, e la luce entra dalla finestra con l'inferriata, a sinistra.
Sul tavolo Annibale dispone tutto con un ordine che non sembra un ordine: i cipollotti, le pagnotte, la scodella di fagioli, una torta nel piatto con il coltello, e a destra una brocca a strisce con un bicchiere di vino rosso — una brocca come quella delle Pollivendole di Passerotti. Gli oggetti sono quelli delle osterie bolognesi, e Annibale quei quadri li conosceva bene: da ragazzo era passato, forse, dalla bottega di Passerotti. Cambia lo sguardo. Là la gente del mercato ammicca e fa ridere chi guarda; qui un uomo mangia, e ci guarda come si guarda chi ci interrompe.
Annunciazione (Ludovico Carracci)
olio su tela, 182.5 x 221 cm — Pinacoteca Nazionale di Bologna
Cercate la griglia del pavimento, cotto rosso e fasce di pietra grigia: le linee convergono verso un unico punto di fuga, con una prospettiva essenziale, quasi quattrocentesca. Guardate poi quanto poco arreda questa stanza: un inginocchiatoio con un libro, un cesto di panni da cucire per terra, un letto con le cortine appena visibile sulla destra. Nessun trono, nessuno sfarzo: la stanza di una ragazza in una casa modesta.
L'angelo, a piedi nudi, si inginocchia e porge un giglio; Maria, interrotta nella preghiera, incrocia le mani sul petto e abbassa gli occhi. In alto, dalla finestra aperta, entra in un fascio di luce la colomba dello Spirito Santo, e fuori si intravedono le torri di Bologna. Il quadro era fatto per la sede di una confraternita bolognese, e chi lo guardava doveva capirlo al primo sguardo: il miracolo accade in una stanza come la sua, nella sua città.
Ludovico, Agostino e Annibale Carracci aprono a Bologna, verso il 1582, un'accademia privata: prima si chiama dei Desiderosi, poi degli Incamminati. Sono figli di artigiani — il padre di Agostino e Annibale è un sarto, quello di Ludovico un macellaio, tutti e due di origine cremonese — e la parola accademia, per loro, vuol dire un'altra cosa rispetto a quella di Vasari o di Zuccari: non un'istituzione che discute la dignità intellettuale del pittore, ma una stanza dove si sta seduti a disegnare dal modello vivo, si copiano i maestri e si discute di come si fa. Raffaello, Correggio, Tiziano e la tradizione naturalistica lombarda vengono studiati insieme, senza stabilire chi venga prima.
La parola d'ordine è verità, e non produce un solo stile. Nel giro di una quindicina d'anni gli stessi uomini lavorano su tre fronti che non si somigliano affatto, e ciascuno risponde a un pubblico diverso.
Il Mangiafagioli è pittura di genere, e con ogni probabilità è fatto per il mercato privato, per chi compra un quadro perché gli piace. Applicare la verità a un contadino qui significa una scelta precisa, che si misura sui predecessori: a Bologna Passerotti e a Cremona Vincenzo Campi dipingevano già popolani, spesso piegati alla caricatura, per far ridere chi guardava. Annibale toglie la caricatura e lascia la persona.
L'Annunciazione di Ludovico, del 1584, è pittura sacra per la sede di una confraternita, e la verità qui significa fare quello che il cardinale Paleotti aveva chiesto due anni prima nel suo trattato sulle immagini: chiarezza, nessun eccesso, un racconto che chiunque capisca. Una stanza spoglia, un cesto di panni per terra, le torri di Bologna fuori dalla finestra: il miracolo accade in una casa come quelle di chi lo guarda.
La Galleria Farnese è decorazione di palazzo per un cardinale, e qui la verità significa un'altra cosa ancora, la più impegnativa delle tre. Non basta più guardare dal vero un contadino, o immaginare una stanza bolognese: bisogna misurarsi con la tradizione più alta che esista, Michelangelo e l'antico, e farne una lingua propria, parlata con naturalezza, come se fosse sempre appartenuta ad Annibale.
Il soggetto non è una scelta libera: è il cardinale Odoardo Farnese a chiedere un ciclo di amori degli dèi per la volta della galleria dove il palazzo esponeva le sculture antiche di famiglia, e Annibale lavora quasi certamente con un letterato di corte, che gli fornisce i testi da cui partire. Il Trionfo di Bacco e Arianna, al centro, è un corteo nuziale, e non per caso: il programma sembra pensato per le nozze del fratello del cardinale, Ranuccio Farnese, con Margherita Aldobrandini, nel 1600.
È la sfida più rischiosa, perché il metro di paragone è il più alto che ci sia: la volta della Sistina, dipinta nella stessa città, dall'altra parte del Tevere. Annibale non se ne discosta, e il confronto con Michelangelo si vede in ogni figura; ma cambia il tono. Dove Michelangelo è tragico, Annibale è sensuale e ironico, quasi un'ebbrezza pagana.
Tre generi, tre pubblici, tre idee di verità, e una sola scuola: più che uno stile, un metodo che si adatta alla richiesta senza cambiare principio. Il metodo, però, non protegge chi lo pratica. Per la Galleria il cardinale Odoardo Farnese paga ad Annibale cinquecento scudi, una cifra che lui vive come un'umiliazione; secondo i biografi cade in una malinconia da cui non si riprende, e negli ultimi anni quasi smette di dipingere.
Approfondimenti
Comunione di San Girolamo (Agostino Carracci)
olio su tela, 376 x 224 cm — Pinacoteca Nazionale di Bologna
Agostino Carracci, Comunione di San Girolamo: il terzo cugino, quello che insegnava
La stessa famiglia e la stessa formazione producono tre temperamenti diversi.
Ludovico, il più anziano, resta a Bologna tutta la vita e lavora soprattutto per chiese e confraternite: una pittura sacra fatta per commuovere, che negli ultimi anni si fa inquieta. Annibale, cinque anni più giovane, è il più versatile e il più audace: passa in pochi anni dalla scena d'osteria al soffitto mitologico più ambizioso di Roma.
Agostino, il terzo, è quello di cui si parla meno e senza il quale la scuola non avrebbe funzionato. È soprattutto incisore — e l'incisione, che moltiplica le immagini e le fa viaggiare, porta in giro per l'Europa le invenzioni degli altri due. Nell'accademia è lui a insegnare le materie teoriche: anatomia, prospettiva, proporzioni. È il più colto dei tre, e a Roma litiga con Annibale al punto da lasciarlo solo alla Galleria e andarsene a Parma, dove muore nel 1602.
La scuola, insomma, non impone una maniera: mette insieme tre modi di lavorare e lascia che ciascuno trovi il proprio.
Galleria Farnese
affresco — Palazzo Farnese (Roma)
Il riquadro con Bacco e Arianna
Trionfo della Divina Provvidenza (Pietro da Cortona)
affresco — Galleria Nazionale d'Arte Antica, Palazzo Barberini (Roma)
Le scene mitologiche della volta sono chiuse in cornici dorate che imitano quadri da cavalletto appesi al soffitto: la tecnica si chiama quadro riportato, e tiene ogni storia separata dal resto. Intorno, tutto finge di essere scultura: i telamoni nudi che sembrano reggere la volta, le finte statue di marmo negli angoli, i medaglioni in finto bronzo. Annibale confonde apposta pittura e scultura, con una precisione capace di ingannare l'occhio anche da vicino.
Quel sistema — storie incorniciate dentro una finta decorazione scolpita — diventa il punto di partenza dei grandi soffitti del Seicento, che lo spingono sempre più verso l'illusione. Pietro da Cortona, pochi decenni dopo, nel salone di Palazzo Barberini a Roma (1633-1639), toglie le cornici ai quadri e apre la finta architettura direttamente sul cielo. E Rubens, che negli anni in cui Annibale lavora alla Galleria è a Roma, la conosce da vicino.
Per quasi due secoli, chiunque voglia dipingere un soffitto guarda prima alla Sistina, poi alla Galleria Farnese.
Chi erano
Bologna, 1560 (battezzato il 3 novembre)
Vita e condizioni
Figlio di Antonio, un sarto di origine cremonese, e fratello minore di Agostino, incisore e pittore. Da artigiano resta sempre nei modi: trascurato nel vestire, poco adatto alla vita di corte. Nel 1595 si trasferisce a Roma al servizio del cardinale Odoardo Farnese e vive nel suo palazzo. Per la Galleria riceve un compenso che giudica umiliante, cinquecento scudi, e da allora, secondo i biografi, cade in una malinconia che negli ultimi anni gli impedisce quasi di dipingere. Muore a Roma il 15 luglio 1609 e, come aveva chiesto, è sepolto al Pantheon, accanto a Raffaello.
Formazione
Impara dal cugino Ludovico, e forse passa per un breve periodo dalla bottega di Bartolomeo Passerotti. Poi va a studiare i maestri fuori Bologna: nel 1584-1585 è a Parma davanti a Correggio, nel 1587-1588 a Venezia davanti a Tiziano e Veronese. Con Ludovico e Agostino, verso il 1582, apre un'accademia privata, prima dei Desiderosi e poi degli Incamminati, dove si disegna dal modello vivo.
Contesto storico
Si forma nella Bologna del cardinale Gabriele Paleotti, che nel 1582 pubblica un trattato sulle immagini sacre e chiede ai pittori chiarezza e verità. A Roma arriva quando le grandi famiglie cardinalizie fanno a gara nella decorazione dei loro palazzi, e mentre Caravaggio lavora a pochi isolati di distanza: nel 1600-1601, nella Cappella Cerasi, i due dipingono per la stessa cappella.
Committenze
A Bologna confraternite e chiese — la Crocifissione per Santa Maria della Carità, del 1583, è la sua prima pala pubblica — e collezionisti privati per le scene di genere. A Roma i Farnese: il Camerino (1595-1597) e la Galleria (dal 1597) nel palazzo del cardinale Odoardo; poi l'Assunta per la cappella di Tiberio Cerasi e la cappella Herrera in San Giacomo degli Spagnoli, dipinta in gran parte dagli allievi.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Bologna, 1555 (battezzato il 21 aprile)
Vita e condizioni
Figlio di Vincenzo, un macellaio di origine cremonese, e cugino più anziano di Agostino e Annibale. Resta tutta la vita a Bologna: quando i cugini partono per Roma, nel 1594-1595, rimane a guidare l'accademia e la bottega, e a Roma va solo di passaggio, nel 1602, a vedere la Galleria Farnese. Muore a Bologna il 13 novembre 1619 ed è sepolto in Santa Maria Maddalena di Galliera, una chiesa che oggi non esiste più.
Formazione
Studia a Bologna con Prospero Fontana; verso il 1575 viaggia per vedere i maestri a Firenze, Parma, Mantova e Venezia, dove si racconta che Tintoretto non pensasse granché di lui. Torna convinto che si debba ripartire dal disegno dal vero e dallo studio di Correggio e dei veneziani.
Contesto storico
La sua Bologna è quella del cardinale Gabriele Paleotti, che nel 1582 pubblica il Discorso intorno alle imagini sacre et profane e chiede ai pittori immagini chiare, vere e capaci di commuovere. Ludovico è il pittore che più da vicino risponde a quella richiesta, con le pale per le confraternite e le chiese della città.
Committenze
Confraternite, ordini religiosi e chiese di Bologna e dell'Emilia. Con i cugini, i fregi dei palazzi bolognesi: le Storie di Giasone a Palazzo Fava (1584) e le Storie della fondazione di Roma a Palazzo Magnani (1590-1592). Nel 1604-1605 dirige, con i suoi allievi, gli affreschi del chiostro di San Michele in Bosco.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Strumenti collegati
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Annibale dipinge con la stessa mano un contadino che mangia fagioli e la volta di Palazzo Farnese — e il capolavoro gli viene pagato così poco che, secondo i biografi, non se ne riprende. Che cosa dice questo del rapporto fra il valore di un'opera e il suo prezzo, allora come oggi?