Vasari, Zuccari, Lomazzo e le pittrici che sfruttano le nicchie della gerarchia
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Nell'Italia del secondo Cinquecento, tre uomini scrivono le regole del mestiere di pittore — fondano accademie, teorizzano trattati, costruiscono gerarchie di soggetti degni e indegni. Negli stessi decenni, tre donne rispondono a quel sistema di regole in tre modi opposti: chi lo aggira, chi lo attraversa lateralmente, chi lo sfonda dal vertice. Il successo, in un mondo di regole scritte da altri, può avere direzioni diverse — quali?
San Luca dipinge la Vergine
affresco — Basilica della Santissima Annunziata (Firenze)
Guardate il volto di San Luca, intento a dipingere: non è un volto idealizzato di santo, ha i tratti individuali di un uomo preciso — lo stesso Vasari, che si ritrae nei panni del patrono dei pittori senza nessuna esitazione. La Vergine col Bambino, sulla sinistra, è sorretta da cherubini: appare come una visione, quasi un dipinto dentro il dipinto, distinta dallo spazio reale dello studio in cui San Luca lavora. Osservate gli strumenti del mestiere disposti intorno al santo-pittore: sono gli stessi che uno studente di pittura del Cinquecento avrebbe usato ogni giorno nella propria bottega. Questa cappella, concessa da Cosimo I all'Accademia delle Arti del Disegno che Vasari stesso aveva fondato nel 1563, ospita ancora oggi le cerimonie dell'Accademia: Vasari non sta solo raccontando una leggenda cristiana, sta costruendo, nel cuore della sede della propria istituzione, un manifesto visivo sulla dignità intellettuale della pittura — e si mette al centro di quel manifesto.
Autoritratto (Zuccari)
olio su tela — Pinacoteca Nazionale di Lucca
Cercate la medaglia appesa al petto di Zuccari: raffigura il volto di Filippo II di Spagna, e non è un dettaglio ornamentale casuale — allude al prestigioso soggiorno spagnolo del pittore, chiamato nel 1585 a decorare l'Escorial per un compenso enorme. Zuccari non si rappresenta nell'atto di dipingere, come farebbero molti autoritratti di pittori: si mostra come un uomo di corte, un intellettuale riconosciuto a livello internazionale, con lo sguardo diretto e sicuro di chi sa di aver raggiunto uno status sociale che pochi pittori prima di lui avevano ottenuto. È lo stesso Zuccari che, da teorico, scriverà che l'arte nasce come processo intellettuale prima ancora che manuale — e questo autoritratto sembra costruito apposta per dimostrarlo anche visivamente.
Autoritratto come abate dell'Accademia della Val di Blenio
olio su tela, 56 x 44 cm — Pinacoteca di Brera (Milano)
Guardate gli attributi che Lomazzo si è scelto per raffigurarsi: non solo i pennelli e la tavolozza del pittore, ma un cappello di paglia popolare, una medaglia con inciso un innaffiatoio (allusione scherzosa al vino versato durante le feste bacchiche della sua accademia), e soprattutto un tirso — il bastone rituale di Bacco, ricoperto di edera e tralci di vite — impugnato come fosse uno scettro. Non si presenta come pittore ma come "abate" di un'accademia goliardica che si riuniva quasi in segreto. Confrontate mentalmente questa immagine con l'austerità richiesta in quegli stessi anni dalla Milano di Carlo Borromeo: Lomazzo sceglie di mostrarsi nel ruolo più lontano possibile da quel rigore. Pochi anni dopo aver dipinto questo autoritratto, la cecità lo costrinse ad abbandonare per sempre il pennello.
Partita a scacchi
olio su tela, 72 x 97 cm — Museo Nazionale di Poznań
Cercate l'iscrizione lungo il bordo della scacchiera: è in latino, e dice esattamente chi ha dipinto questo quadro, di chi sono le figure ritratte, e che sono state ritratte «dal vero» — un dettaglio che a prima vista sembra un semplice cartellino informativo, ma è in realtà una dichiarazione: Sofonisba rivendica pubblicamente la propria identità di pittrice e la fedeltà al vero delle figure rappresentate. Guardate poi gli sguardi: Lucia, la maggiore, non guarda la scacchiera ma fuori dal quadro, verso qualcuno che non vediamo — quasi certamente verso Sofonisba stessa, che sta dipingendo la scena. Minerva reagisce sorpresa a una mossa che non vediamo bene, nascosta dal suo stesso gesto. Europa, la più piccola, sorride senza capire fino in fondo cosa stia succedendo. Sullo sfondo, la governante osserva con un'espressione che nessun ritratto ufficiale dell'epoca avrebbe dedicato a una domestica: dignità, non subordinazione decorativa.
Minerva in atto di abbigliarsi
olio su tela, 258 x 190 cm — Galleria Borghese (Roma)
Guardate cosa sta facendo Minerva: non impugna la lancia, non indossa l'elmo — li ha appena posati, visibili sullo sfondo insieme all'ulivo e alla civetta, i suoi attributi tradizionali di dea della sapienza e della guerra. Si sta invece vestendo con un abito da donna, in un gesto quotidiano e intimo reso con un nudo femminile su grande formato — un genere che nessun'altra pittrice della sua generazione osò affrontare su commissione ufficiale. Fu il cardinale Scipione Borghese, collezionista dal gusto audace, a richiederlo esplicitamente, dopo aver visto un'opera simile che Fontana aveva già dipinto per un'altra importante famiglia romana. È probabilmente l'ultima opera che Lavinia Fontana dipinge prima di morire, nel 1614: chiude la sua carriera con il genere che, secondo ogni regola scritta del suo tempo, le sarebbe dovuto restare precluso.
Tre uomini, fra Firenze, Roma e Milano, nel secondo Cinquecento scrivono le regole del mestiere di pittore, e lo fanno da tre posizioni molto diverse fra loro.
Giorgio Vasari scrive le regole dal potere. Nel 1563 fonda a Firenze l'Accademia delle Arti del Disegno, una delle prime istituzioni che rivendicano per la pittura lo status di arte liberale — intellettuale, non manuale, non più artigianato. E qui c'è un paradosso: proprio mentre il pittore sale di rango, si delinea anche una distinzione di prestigio fra i soggetti che dipinge: la capacità di inventare e comporre storie con figure umane vale più della sola imitazione delle cose visibili. Si fa strada quella che nel Seicento sarà codificata come gerarchia dei generi. Nelle Vite Vasari racconta l'arte come una parabola che sale fino alla perfezione, e descrive la maniera moderna con parole — regola, misura, grazia, e una licenza che sta dentro la regola — che diventano il vocabolario con cui il secolo giudica sé stesso.
Federico Zuccari sistematizza le regole dal successo internazionale. Lavora per Filippo II all'Escorial, gira le corti d'Europa, e nell'Idea de' pittori, scultori et architetti (1607) sostiene che l'arte nasce prima nella mente — un «disegno interno» che precede quello sulla carta. È la tesi più utile che un pittore potesse formulare per la propria categoria: se l'opera esiste già nel pensiero, allora dipingere è un atto intellettuale prima che manuale.
Giovanni Paolo Lomazzo scrive le regole dalla sconfitta. Dipinge per una quindicina d'anni, poi perde la vista poco dopo i trent'anni, e passa il resto della vita a scrivere: nel 1584 pubblica il trattato più corposo del secolo, una teoria della pittura scritta da chi la pittura non può più praticare. Fra i tre è quello che si occupa di più del come si fa, e lo fa da quando non può più farlo.
Tre posizioni diverse, un solo effetto: alla fine del secolo esiste una macchina scritta del prestigio — accademie, trattati, gerarchie — che stabilisce che cosa valga e quanto. E qui succede una cosa che nessuno dei tre aveva previsto.
Per le donne l'ostacolo era molto concreto: per affrontare le grandi composizioni religiose e mitologiche bisognava conoscere il corpo umano, e nel Cinquecento quella conoscenza si acquistava anche studiando il nudo dal vero, nelle botteghe. Alle donne questa possibilità era preclusa. Si trovavano così svantaggiate proprio nel campo considerato più prestigioso della pittura. Ma se la pittura diventa un'arte liberale, cioè un'attività della mente, quell'esclusione comincia a scricchiolare: si può escludere qualcuno dall'accesso a un modello, non dal pensiero. La stessa teoria che costruisce la gerarchia toglie forza alla ragione per cui le donne ne erano fuori. I teorici non lo volevano: ci portavano le loro premesse.
Queste tre pittrici non sono le sole: Properzia de' Rossi, Plautilla Nelli e Marietta Robusti avevano lavorato dentro un'eccezione — un cantiere, un convento, la bottega del padre. Sono però le prime a cui la nuova macchina del prestigio si trova costretta a fare spazio. E rispondono in tre modi che coprono l'intero campo del possibile: c'è chi esce dal sistema, chi vi entra di lato, chi lo sfonda dal vertice.
Fede Galizia esce dal sistema: la sua strada più originale è la natura morta, il genere meno considerato, a cui applica la precisione che un pittore classico riserva a un corpo eroico. Il suo successo non passa dalla pittura di storia: le basta un piatto di pesche.
Sofonisba Anguissola entra di lato, e viene convalidata dal sistema stesso che l'aveva esclusa. Senza accesso al nudo si specializza in ritratto e scena familiare, cioè nei gradini bassi. Ma è Vasari in persona, di passaggio a Cremona nel 1566, a restare colpito dai dipinti delle sorelle Anguissola e a lodare Sofonisba nelle Vite. Lei, intanto, è già alla corte di Filippo II dal 1559: il massimo celebratore della pittura di storia riconosce una ritrattista che si è conquistata un posto fra i grandi pittori del suo tempo. E la carriera non si ferma più — richiesta in tutta Europa, e da vecchia visitata dal giovane van Dyck, che la ritrae e annota i consigli che lei gli dà sul ritratto.
Lavinia Fontana sfonda. Manda avanti una bottega professionale, con il marito che ne cura gli affari: contratti, commissioni pubbliche, e nel 1584 una delle prime pale d'altare dipinte da una donna nell'Europa cattolica. Dipinge pale d'altare e soggetti biblici di grande formato, cioè pittura di storia. E nel 1613 il cardinale Scipione Borghese le commissiona un nudo femminile mitologico — il genere che la teoria metteva in cima proprio per la difficoltà che si supponeva una donna non potesse affrontare. Fontana non aggira l'esclusione: la smentisce eseguendola.
Le date, a questo punto, escono dal secolo: la Minerva di Lavinia Fontana è del 1613; Sofonisba muore in Sicilia nel 1625, dopo aver attraversato per intero il secolo in cui è nata e un pezzo di quello dopo. Le regole vengono scritte nel Cinquecento, ma le carriere che ne approfittano finiscono dentro il Seicento, il secolo in cui Artemisia Gentileschi, nel 1616, verrà ammessa all'Accademia del Disegno fondata da Vasari, invece di doverla aggirare.
Tre uomini che scrivono le regole da tre posizioni di potere diverse. Tre donne che a quelle regole rispondono lungo l'intero spettro possibile — fuori, di lato, dentro fino al vertice. Nessuna delle sei strategie è più 'vera' delle altre: sono sei modi diversi di avere successo in un secolo che aveva appena deciso, per iscritto, che cosa il successo dovesse significare.
Approfondimenti
Fanciullo morso da un gambero
disegno, 33.3 x 38.5 cm — Museo nazionale di Capodimonte (Napoli)
Ragazzo morso da un ramarro (Fondazione Longhi, Firenze)
olio su tela, 65,8 x 52,3 cm — Fondazione Roberto Longhi (Firenze)
Secondo la tradizione, Michelangelo, ormai vecchio e venerato, vide un disegno di Sofonisba con una ragazza che ride, e disse che avrebbe voluto vedere un bambino che piange: una cosa molto più difficile. Lei, poco più che ventenne, rispose con questo foglio. Il bambino è con ogni probabilità Asdrubale, il fratello più piccolo: un gambero gli ha appena stretto il dito, e lui urla; una bambina più grande, forse una delle sorelle, lo guarda con un mezzo sorriso. Non è un pianto qualsiasi: è il dolore nel primo istante, prima ancora di diventare lacrime.
Una quarantina d'anni dopo, a Roma, il giovane Caravaggio dipinge un ragazzo con una rosa fra i capelli che ritrae la mano di scatto, perché un ramarro nascosto fra la frutta lo ha morso al dito. Lo stesso gesto, lo stesso problema: fermare un'espressione che dura un attimo. Si è proposto che Caravaggio conoscesse il disegno di Sofonisba, forse visto nella bottega del Cavalier d'Arpino, dove lavorò appena arrivato a Roma. Non è documentato; ma le due immagini, una accanto all'altra, la domanda la fanno da sole.
Giuseppe e la moglie di Putifarre
marmo, 54 x 58 cm — Museo di San Petronio, Bologna
Ultima Cena
olio su tela, ca. 700 x 200 cm — Basilica di Santa Maria Novella (Firenze)
Autoritratto con libro di musica
olio su tela, 93,5 x 91,5 cm — Gallerie degli Uffizi (Firenze)
Fede Galizia, Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana non nascono da un vuoto assoluto. Properzia de' Rossi, l'unica donna a cui Vasari dedica una vita autonoma, lavora come scultrice a Bologna una generazione prima, tra artisti affermati nel cantiere della Basilica di San Petronio: la sua unica opera sicura, Giuseppe e la moglie di Putifarre, mostra una padronanza tecnica che sfida apertamente l'idea diffusa che la scultura fosse mestiere troppo faticoso per una donna. Plautilla Nelli, monaca domenicana fiorentina, dipinge da dietro le mura di un convento la sua Ultima Cena, lunga quasi sette metri: l'unica Cena nota dipinta da una donna in tutto il Rinascimento, firmata con la scritta 'Orate pro Pictora' — pregate per la pittrice. Marietta Robusti, 'la Tintoretta', cresce nella bottega del padre Jacopo Tintoretto a Venezia, tanto integrata nel suo linguaggio pittorico che oggi resta quasi impossibile distinguere con certezza la sua mano da quella paterna: l'unica opera a lei attribuita senza dubbio è un autoritratto. Tre donne, tre epoche diverse del secolo, tre gradi diversi di autonomia — ma tutte restano casi isolati, protetti da un padre, da un convento, da un cantiere locale. È proprio questa mancanza di un varco pubblico e riconosciuto che rende il capitolo di Sofonisba, Fede Galizia e Lavinia Fontana un salto reale, non solo un'ulteriore variazione sullo stesso tema.
Ritratto di Sofonisba Anguissola (taccuino italiano)
carta, foglio di taccuino — British Museum (Londra)
Nel luglio del 1624 Antoon van Dyck, che ha venticinque anni ed è in Sicilia per lavoro, va a trovare a Palermo Sofonisba Anguissola. Lei è vecchissima — oltre i novant'anni — e quasi cieca. Van Dyck la disegna, e sulla stessa pagina del proprio taccuino annota quello che si sono detti.
L'appunto contiene una cosa che vale più di molti trattati. Sofonisba non si limita a farsi ritrarre: gli dà istruzioni tecniche su come farlo. Gli raccomanda di non mettere la luce troppo in alto, perché le ombre le scaverebbero troppo le rughe. È una pittrice di novant'anni che, mentre posa, dirige il collega di sessantacinque anni più giovane sull'illuminazione del proprio ritratto.
Van Dyck scrisse di aver ricevuto da quella conversazione più consigli utili di quanti gliene avessero dati molti maestri, e il ritratto che ne ricavò lo portò con sé. Sofonisba morì l'anno dopo. Aveva cominciato a dipingere quando Vasari stava scrivendo la prima edizione delle Vite, e finisce così: consultata come un'autorità da un pittore che lavorerà per il re d'Inghilterra.
Chi erano
Arezzo, 30 luglio 1511
Vita e condizioni
Figlio di un mercante di tessuti di Arezzo. Da ragazzo lo protegge il cardinale Silvio Passerini, tutore dei giovani Ippolito e Alessandro de' Medici, e da lì lega tutta la vita ai Medici: dal 1554 è l'artista di corte di Cosimo I, architetto, pittore e regista delle sue imprese. Sposa Niccolosa Bacci. Muore a Firenze il 27 giugno 1574 ed è sepolto nella sua Arezzo, nella Pieve.
Formazione
Comincia ad Arezzo con il pittore di vetrate francese Guillaume de Marcillat; a Firenze passa per le botteghe di Andrea del Sarto e di Baccio Bandinelli. Il modello di tutta la vita è Michelangelo, che venera e di cui diventa l'interprete ufficiale.
Contesto storico
Lavora nella Firenze che da repubblica diventa principato: i Medici tornano al potere per sempre, e Cosimo I costruisce uno stato che ha bisogno di immagini, di edifici e di una storia che lo legittimi. Vasari gli fornisce tutte e tre le cose.
Committenze
Cosimo I prima di tutti: dal 1554 la trasformazione di Palazzo Vecchio, con il Salone dei Cinquecento; dal 1560 gli Uffizi, nati come uffici delle magistrature dello Stato; nel 1565 il Corridoio che in pochi mesi collega Palazzo Vecchio a Palazzo Pitti. Nel 1572 comincia ad affrescare la cupola del Duomo con il Giudizio universale, e ne compie solo una parte. Prima di Cosimo, papi e cardinali a Roma e committenti in molte città italiane.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Sant'Angelo in Vado (Marche), 1539 o 1540
Vita e condizioni
Ragazzo, verso il 1550, va a Roma dal fratello maggiore Taddeo, pittore, che gli fa da maestro; quando Taddeo muore, nel 1566, ne eredita i cantieri. Ha un carattere difficile: nel 1581 espone sulla facciata di una chiesa romana un cartone satirico contro i suoi detrattori, la Porta Virtutis, e viene bandito dallo Stato della Chiesa. Sul Pincio si costruisce una casa-studio, il Palazzo Zuccari, con le finestre e il portale a bocca di mostro. Rimasto vedovo nel 1601, lascia Roma e muore ad Ancona il 20 luglio 1609.
Formazione
Impara dal fratello Taddeo, lavorando con lui nei cantieri romani e nella villa dei Farnese a Caprarola, dove dopo la sua morte resta a capo della squadra fino al 1569.
Contesto storico
È il pittore dei grandi cantieri della Controriforma e delle corti: per Gregorio XIII decora la Cappella Paolina in Vaticano (1580-1585), per Filippo II lavora all'Escorial. Vive gli anni in cui gli artisti cercano uno statuto intellettuale e istituzioni proprie, e ne è uno dei protagonisti.
Committenze
I Farnese a Caprarola; i Medici, per cui completa fra il 1576 e il 1579 gli affreschi della cupola di Santa Maria del Fiore lasciati da Vasari; Gregorio XIII per la Cappella Paolina; Filippo II di Spagna, che lo chiama all'Escorial nel 1585 ma poi fa correggere e ridipingere parte del suo lavoro; la Repubblica di Venezia, per il Palazzo Ducale.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Milano, 1538
Vita e condizioni
Lavora come pittore per una quindicina d'anni; verso il 1571, poco più che trentenne, diventa cieco. Da allora detta i suoi libri: trattati sulla pittura e raccolte di rime, in cui racconta anche la propria vita. Muore a Milano nel 1592.
Formazione
Si forma nella bottega di Giovan Battista della Cerva, allievo di Gaudenzio Ferrari; studia Leonardo e i leonardeschi, e viaggia per l'Italia per vedere Raffaello e Michelangelo.
Contesto storico
La sua Milano è quella di Carlo Borromeo, che impone alle immagini sacre regole severe. Negli stessi anni Lomazzo è l'abate dell'Accademia della Val di Blenio, una compagnia di artisti che si finge fatta di facchini ticinesi, parla in dialetto e celebra il vino: il rovescio goliardico di quella severità.
Committenze
Chiese e confraternite milanesi — il suo ciclo maggiore è nella cappella Foppa in San Marco — e ritratti per privati.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Con ogni probabilità Milano, fra il 1574 e il 1578
Vita e condizioni
Figlia di Nunzio Galizia, miniaturista e disegnatore di costumi venuto a Milano da Trento. Non si sposa: nel 1610 vive nella casa paterna con la sorella e una cugina, e lavora nella bottega di famiglia. Muore a Milano nel 1630, con ogni probabilità di peste: il 21 giugno, in piena epidemia, fa testamento.
Formazione
Impara dal padre, ed è una bambina prodigio: già nel 1587 Lomazzo la ricorda accanto a lui per bravura, e tre anni dopo ne loda le copie dai grandi pittori italiani.
Contesto storico
Lavora nella Milano di Federico Borromeo, che colleziona le nature morte fiamminghe e la Canestra di Caravaggio e fonda l'Ambrosiana. Come donna non può frequentare un'accademia né studiare il nudo: la sua scuola è la bottega di famiglia.
Committenze
La corte di Rodolfo II a Praga, già negli anni Novanta del Cinquecento; l'aristocrazia milanese e i collezionisti, come i Settala; i teatini di Sant'Antonio Abate e altre chiese per le pale, come il Noli me tangere del 1616.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Cremona, verso il 1532
Vita e condizioni
Primogenita dei sette figli, sei femmine e un maschio, di Amilcare Anguissola, nobile cremonese di mezzi modesti, e di Bianca Ponzoni. Il padre fa studiare pittura a lei e alle sorelle, e ne diffonde il nome scrivendo ai signori e a Michelangelo. Nel 1559 va a Madrid come dama della regina Isabella di Valois e resta a corte più di dieci anni. Nel 1573 sposa il nobile siciliano Fabrizio Moncada e vive a Paternò; rimasta vedova nel 1578, quando il marito muore in un assalto dei pirati, l'anno dopo sposa a Pisa il capitano genovese Orazio Lomellini e vive a Genova per decenni. Negli ultimi anni, quasi cieca, torna a Palermo, dove muore nel 1625.
Formazione
Con la sorella Elena studia a Cremona per circa tre anni con Bernardino Campi, poi, quando Campi lascia la città nel 1549, con Bernardino Gatti detto il Sojaro, che viene dalla pittura di Correggio. Come donna non può studiare il nudo dal vero, la base della pittura di storia, e si concentra sul ritratto e sulla scena familiare.
Contesto storico
Il padre usa le relazioni della piccola nobiltà per farla conoscere: nel 1554 è a Roma, e i suoi disegni arrivano a Michelangelo, che li apprezza. La chiamata alla corte di Filippo II, nel 1559, la porta dentro una monarchia in cui il ritratto è un affare di Stato.
Committenze
La sua famiglia, soprattutto negli anni cremonesi; la corte di Spagna, dove ritrae la regina, le infante e Filippo II; poi la nobiltà genovese e siciliana.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Bologna, battezzata il 24 agosto 1552
Vita e condizioni
Figlia del pittore Prospero Fontana. Nel 1577 sposa Gian Paolo Zappi, figlio di un mercante di Imola, che si occupa degli affari della bottega. Hanno undici figli; negli ultimi anni ne restano vivi tre. Nel 1604 si trasferisce a Roma con la famiglia; muore l'11 agosto 1614 ed è sepolta in Santa Maria sopra Minerva.
Formazione
Impara dal padre, pittore affermato e maestro, nella cui bottega si era formato anche Ludovico Carracci. Cresce in un ambiente di eruditi e di committenti colti, quello della Bologna universitaria.
Contesto storico
Bologna è la città del cardinale Paleotti e della sua teoria delle immagini sacre: Lavinia dipinge pale conformi a quelle regole e, insieme, ritratti per la nobiltà cittadina. All'inizio del Seicento la chiama Roma, con una grande commissione pubblica.
Committenze
La nobiltà bolognese, per ritratti di famiglia come quello dei Gozzadini (1584); nello stesso anno l'Assunta di Ponte Santo, a Imola, forse la prima pala d'altare dipinta da una donna nell'Europa cattolica; a Roma il Martirio di santo Stefano per San Paolo fuori le Mura (contratto del 1603), accolto male e bruciato nell'incendio del 1823; i Borghese per la Minerva.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Strumenti collegati
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Alla fine del secolo esiste un sistema che stabilisce per iscritto che cosa valga: un'accademia dove si impara, una gerarchia dei soggetti, un vocabolario per giudicare. Sono regole scritte da pittori, e riguardano chi dipinge: il suo rango, il suo mestiere, i suoi soggetti. Ma nel 1563, chiudendo il Concilio di Trento, anche la Chiesa aveva scritto una regola per le immagini, e quella riguardava l'altro capo del quadro: chi lo guarda. Che cosa fa un pittore di una regola che non gli dice come dipingere, ma che cosa deve provare un fedele davanti all'altare?