Un corteo di carnevale per le strade di una città. Una bambina a letto, il viso girato verso la finestra. Un viale del centro all'ora di punta. Sono tre cose che chiunque avrebbe potuto vedere, e due pittori le dipingono partendo esattamente da lì — da una cosa vista, non da una visione. Poi però le facce cominciano a non tornare: si irrigidiscono, si svuotano, diventano maschere e infine ossa. Che cosa succede a chi guarda, quando la stranezza non sta più nel soggetto ma nelle persone che lo abitano?

Domanda

Un corteo di carnevale per le strade di una città. Una bambina a letto, il viso girato verso la finestra. Un viale del centro all'ora di punta. Sono tre cose che chiunque avrebbe potuto vedere, e due pittori le dipingono partendo esattamente da lì — da una cosa vista, non da una visione. Poi però le facce cominciano a non tornare: si irrigidiscono, si svuotano, diventano maschere e infine ossa. Che cosa succede a chi guarda, quando la stranezza non sta più nel soggetto ma nelle persone che lo abitano?

La bambina malata

L'entrata di Cristo a Bruxelles

L'entrata di Cristo a Bruxelles

James Ensor · 1888

L'intrigo

L'intrigo

James Ensor · 1890

Due scheletri si disputano un'aringa

Due scheletri si disputano un'aringa

James Ensor · 1891

Sera sul viale Karl Johann

Sera sul viale Karl Johann

Edvard Munch · 1892

L'Urlo

L'Urlo

Edvard Munch · 1893

Pubertà

Pubertà

Edvard Munch · 1894 - 1895

Madonna (Munch)

Madonna (Munch)

Edvard Munch · 1894 - 1895

La danza della vita

La danza della vita

Edvard Munch · 1899 - 1900

Il Fregio della vita: perché di ogni quadro esistono più versioni

Il Fregio della vita: perché di ogni quadro esistono più versioni

Deformare quello che si vede

Ensor e Munch: la folla che diventa maschera, la persona che diventa grido

atlantedellarte.it/didattica/periodi/capitolo.php?slug=ensor-munch

Un corteo di carnevale per le strade di una città. Una bambina a letto, il viso girato verso la finestra. Un viale del centro all'ora di punta. Sono tre cose che chiunque avrebbe potuto vedere, e due pittori le dipingono partendo esattamente da lì — da una cosa vista, non da una visione. Poi però le facce cominciano a non tornare: si irrigidiscono, si svuotano, diventano maschere e infine ossa. Che cosa succede a chi guarda, quando la stranezza non sta più nel soggetto ma nelle persone che lo abitano?

La bambina malata

La bambina malata

Edvard Munch · 1885 - 1886

olio su tela, 120 x 118,5 cm — Nasjonalmuseet (Oslo)

Una ragazzina appoggiata a un grande cuscino bianco, il viso di profilo girato verso la finestra. Accanto al letto una donna adulta, china, che le tiene la mano e non la guarda: ha la testa abbassata fin quasi al lenzuolo.
Guardate la differenza fra le due teste. Quella della bambina è l'unica cosa nitida del quadro — il profilo, i capelli rossi, l'orecchio — mentre tutto il resto è raschiato, graffiato, ridipinto sopra.
Munch tornò su questa tela per più di un anno, grattando via la pittura e ricominciando, e le colature verticali che restano non sono un incidente: le ha lasciate.
Poi cercate dove va lo sguardo della bambina. Non guarda la donna, non guarda voi: guarda una tenda scura, verso una finestra che non si vede. È la sorella maggiore di Munch, Sophie, morta di tubercolosi a quindici anni quando lui ne aveva quattordici; la donna china è la zia che le fece da madre. Munch aveva ventidue anni quando cominciò questo quadro, e negli anni successivi ne dipinse altre cinque versioni.

I pittori del simbolismo avevano dipinto cose che nessuno poteva avere visto. James Ensor e Edvard Munch fanno il contrario, e proprio per questo arrivano più lontano: partono da cose che chiunque avrebbe potuto vedere, e le deformano finché non diventano insopportabili.

Hanno molto in comune, e conviene metterlo in fila perché spiega il resto. Nascono a tre anni di distanza, Ensor nel 1860 a Ostenda e Munch nel 1863 in Norvegia, cioè tutti e due lontano dai centri dove si decide che cosa sia la pittura. Tutti e due passano per un'accademia e imparano a dipingere bene nel modo corrente: i loro quadri giovanili sono scuri, sobri, competenti, e non li distinguerebbe nessuno. Tutti e due, a un certo punto, si accorgono che quella competenza non serve a dire la cosa per cui stanno dipingendo. E tutti e due passano il resto della vita a rifare poche immagini, invece di inventarne molte.

Da lì in avanti però vanno in due direzioni che non si incontrano, ed è la differenza che rende utile guardarli insieme. Ensor deforma il corpo collettivo: la folla, il corteo, la famiglia, la società intera. Munch deforma il corpo singolo: una persona in una stanza, una persona su un ponte, una persona sul bordo di un letto.

Ensor cresce dentro un negozio di souvenir a Ostenda, dove i genitori vendevano conchiglie, cineserie e maschere di carnevale. Non è un dettaglio pittoresco: le maschere che dipingerà per cinquant'anni erano merce di famiglia, oggetti che aveva sotto gli occhi da bambino insieme al prezzo scritto sopra. Studia a Bruxelles, torna a Ostenda quasi subito e non se ne andrà più, dipingendo per decenni nella soffitta sopra il negozio.

Il quadro in cui la sua idea diventa esplicita è enorme e per quarant'anni non lo vede nessuno. Nell'Entrata di Cristo a Bruxelles la folla di un corteo di carnevale occupa tutta la tela e viene avanti come un muro, con le facce ridotte a maschere di cartapesta; Cristo è in mezzo, minuscolo su un asinello, e nessuno lo nota; sopra le teste uno striscione con uno slogan politico è l'unica cosa leggibile da lontano. Il gruppo d'avanguardia di cui Ensor era socio fondatore rifiutò di esporlo, e la tela restò nella casa e nello studio del pittore: in pubblico arrivò solo nel 1929.

Da quel momento Ensor stringe il campo senza cambiare idea. Nell'Intrigo la folla si riduce a un gruppo di parenti a mezzo busto, spinti così avanti da toccare il bordo del quadro, e la scena allude al matrimonio della sorella: la famiglia dipinta come una banda di mostri sorridenti. Nei Due scheletri che si disputano un'aringa il gruppo si riduce a due, e le maschere cadono per rivelare che sotto non c'era una faccia vera ma un teschio. Il quadro è grande come una cartolina ed è una vendetta privata: il nome francese dell'aringa affumicata suona quasi come «arte Ensor», e i due che se la strappano sono i critici.

Munch parte da un lutto e non se ne libera. La madre muore di tubercolosi quando lui ha cinque anni, la sorella Sophie della stessa malattia quando lui ne ha quattordici. A ventidue comincia La bambina malata, che è Sophie, e ci lavora sopra più di un anno grattando via la pittura e ricominciando: il quadro finito conserva le raschiature e le colature, e non perché non sapesse finirlo. Lo definì più tardi la propria svolta, e ne dipinse cinque versioni nei decenni successivi.

Quello che Munch scopre lì è che la deformazione non è un difetto della rappresentazione ma il suo contenuto. Nella Sera sul viale Karl Johann la folla del passeggio ha volti tutti uguali, ovali pallidi con occhi spalancati e neri, mentre una sola figura cammina in direzione contraria e di spalle. Nell'Urlo la deformazione arriva alla forma stessa del quadro: il cielo a fasce ondulate, il fiordo con le stesse onde, e le onde che continuano dentro il corpo e dentro la faccia, così che la persona è fatta della stessa materia del paesaggio. Vale la pena notare una cosa che il titolo nasconde: la figura non grida, si tappa le orecchie. Munch scrisse di aver sentito un grido immenso attraversare la natura mentre camminava al tramonto — il grido viene da fuori, e quello che vediamo è qualcuno che cerca di non sentirlo.

C'è una cosa che Munch fa e che vale la pena isolare. Come aveva fatto Van Gogh a un certo punto, anche lui smette di scegliere le forme perché somigliano a quello che ha davanti e comincia a sceglierle perché fanno un lavoro tutto loro. Munch sceglie l'onda. La linea lunga e ondulata che nell'Urlo attraversa il cielo, poi il fiordo, poi il corpo, poi la faccia, senza cambiare natura quando passa da una cosa all'altra: non è il modo in cui si vedono un cielo e una guancia, è un segno solo steso su tutto, e il lavoro che fa è togliere il confine fra una persona e ciò che le sta intorno. La stessa onda torna nei capelli che si allungano fino a toccare chi guarda, nella linea della riva, nei corpi che ballano e si compenetrano.

E ne ha un secondo, che si riconosce a colpo d'occhio una volta che lo si è visto: la colonna di luce che la luna lascia sull'acqua, dritta e verticale, in quadro dopo quadro. Munch la mette in scene che fra loro non hanno niente in comune tranne quella, e chi ha studiato il suo lavoro l'ha letta quasi sempre allo stesso modo, come un segno sessuale piantato in mezzo al paesaggio.

Il cipresso e i vortici da una parte, l'onda e la colonna di luna dall'altra: è la stessa operazione. Una forma scelta, ripetuta in quadri diversi, che ogni volta fa lo stesso lavoro. Ed è la ragione per cui questi due nomi tornano sempre insieme quando si racconta da dove viene il Novecento.

Poi Munch fa una cosa che nessuno aveva fatto in quel modo: smette di pensare per quadri e comincia a pensare per cicli. Le opere degli anni Novanta appartengono a un insieme che chiamò il Fregio della vita, pensato per essere appeso insieme e letto di seguito: l'amore, l'angoscia, la morte. Pubertà ci mette una ragazzina seduta sul bordo del letto, le braccia strette a coprirsi, e dietro di lei un'ombra enorme che non corrisponde alla sua sagoma e che nessuno ha mai spiegato. La Madonna mette la stessa faccia al servizio di due letture opposte, estasi o agonia, e non permette di sceglierne una. La danza della vita mette in fila su una sola tela una donna in bianco, una in rosso e una in nero, che secondo molte letture sono la stessa persona in tre età.

Alla fine il confronto si può ridurre a una domanda sola: che cosa deforma ciascuno dei due. Ensor prende quello che sta fra le persone — la festa, il corteo, il matrimonio, la critica d'arte — e mostra che è già una maschera. Munch prende quello che sta dentro una persona sola e lo fa uscire fino a modificare il paesaggio intorno. Nessuno dei due ha ragione contro l'altro, e nei vent'anni successivi la pittura europea userà tutte e due le strade: la folla grottesca e la figura che si contorce arrivano insieme dentro l'espressionismo, che di questi due pittori si dichiarerà debitore.

Approfondimenti

Il gioco di parole non è un'ipotesi degli storici: è di Ensor, ed è documentato dalle sue lettere. In francese l'aringa affumicata si dice hareng saur, che pronunciato di seguito suona quasi come «art Ensor». I due scheletri in abito da carnevale che se la strappano sono i critici che si contendevano il diritto di spiegare la sua pittura, e il pittore li ha dipinti mentre fanno a pezzi il proprio nome.

Conta anche il formato. Il quadro misura sedici centimetri per ventuno: si tiene in una mano. Ensor aveva appena dipinto una tela di quattro metri e mezzo che nessuno aveva voluto esporre, e la risposta è un oggetto minuscolo, feroce e privato, fatto per essere guardato da vicino da una persona sola. Le due scelte — il muro di folla e la cartolina — vengono dallo stesso anno della sua vita.

È utile per un motivo generale: le dimensioni di un quadro non sono un dato tecnico da leggere in fondo alla didascalia. Dicono a quante persone alla volta l'opera è destinata, e quindi che cosa il pittore si aspettava che succedesse davanti a essa.

Nel 1892 Munch ha ventinove anni ed è quasi sconosciuto fuori dalla Norvegia. Un'associazione di artisti berlinesi lo invita a esporre, sulla fiducia. La mostra apre il 5 novembre e provoca una lite immediata fra i soci: una parte la giudica un insulto al mestiere, e dopo una votazione infuocata l'associazione decide di chiuderla. Resta aperta una settimana.

La conseguenza è l'opposto di quella voluta. La vicenda finisce su tutti i giornali tedeschi, Munch diventa in pochi giorni un nome noto, e la mostra chiusa a Berlino gira poi per altre città facendo biglietti. Lui resta in Germania per anni, ed è lì — non a Kristiania — che dipinge la maggior parte delle opere di questo capitolo.

Lo strappo ebbe un secondo effetto, più duraturo: la minoranza che aveva difeso Munch uscì dall'associazione, e da quella frattura nacque di lì a poco la Secessione di Berlino. È il caso più netto di una regola che vale per tutto il secolo successivo: un rifiuto clamoroso è una forma di pubblicità che nessun artista potrebbe permettersi di comprare.

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carta, 64,8 x 47,2 cm — Ohara Museum of Art (Kurashiki)

Chi cerca L'Urlo scopre presto che non ce n'è uno. Ne esistono quattro, fra dipinti e pastelli, più una litografia, in musei diversi e con differenze visibili. Lo stesso vale per La bambina malata, che Munch dipinse sei volte in quarant'anni, e per la Madonna. Non sono copie fatte per vendere: sono ritorni.

La ragione sta nel modo in cui Munch concepiva il proprio lavoro. Non pensava a quadri singoli ma a un insieme, che chiamò il Fregio della vita e che immaginava appeso tutto insieme, in sequenza, come una fascia continua lungo le pareti di una stanza. Un fregio si può riordinare, e i pezzi si possono rifare: quando un quadro veniva venduto, lui ne dipingeva un altro per non lasciare un buco nella serie.

Il caso più istruttivo è la Madonna, che esiste come dipinto e come litografia. Nel dipinto la figura è circondata da onde di colore che ciascuno legge come vuole. Nella stampa, di un anno dopo, quelle onde diventano una cornice esplicita: lungo il bordo corrono degli spermatozoi, e nell'angolo in basso a sinistra è rannicchiato un feto, con la testa grossa e gli occhi aperti. Quello che nel quadro era un'atmosfera, nella stampa è scritto. Non è una versione più spinta fatta per scandalizzare: è la stessa idea detta due volte, una per allusione e una per esteso — e serve a sapere che cosa Munch pensasse di stare dipingendo, quando dipingeva una donna nuda con l'aureola rossa.

C'è anche un'abitudine che ha fatto discutere i conservatori. Munch lasciava le proprie tele all'aperto, sotto la pioggia e la neve, sostenendo che dovessero «cavarsela da sole»: alcune arrivano a noi con i danni di quel trattamento. Alla morte, nel 1944, lasciò al comune di Oslo circa mille dipinti, quattromilacinquecento disegni e quindicimila stampe che aveva tenuto per sé — cioè un intero museo che nessuno aveva ancora visto.

Chi erano

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Løten (Norvegia), 12 dicembre 1863

Vita e condizioni

Figlio di un medico militare molto religioso, cresce a Kristiania, l'attuale Oslo, in una casa segnata dalla malattia: la madre muore di tubercolosi quando lui ha cinque anni, la sorella Sophie quando ne ha quattordici, e la scena del suo letto diventa La bambina malata. Più tardi muoiono il padre e un fratello, e una sorella viene internata. Lui stesso ha una salute fragile. Nel 1902 la fine della relazione con Tulla Larsen si chiude con un colpo di pistola che gli ferisce la mano sinistra. Nel 1908, dopo anni di alcol e di crisi, crolla e passa otto mesi in una clinica di Copenaghen. Dal 1916 vive solo nella tenuta di Ekely, alla periferia di Oslo, dove muore il 23 gennaio 1944, sotto l'occupazione tedesca.

Formazione

Lascia gli studi di ingegneria nel 1880 per la Scuola reale di disegno di Kristiania; il pittore Christian Krohg lo segue e la bohème della città, raccolta intorno allo scrittore Hans Jæger, gli dà la regola di dipingere la propria vita. Con una borsa di studio va a Parigi nel 1889: l'atelier di Léon Bonnat lo trattiene poco, gli impressionisti, Gauguin e Van Gogh molto di più.

Contesto storico

La Norvegia è un paese piccolo, unito alla Svezia fino al 1905, e il pubblico di Kristiania lo tratta come un provocatore. La svolta è Berlino: nel 1892 l'associazione degli artisti lo invita e poi chiude la sua mostra dopo una settimana per lo scandalo, e la frattura che ne nasce porta alla Secessione berlinese. A Berlino frequenta Strindberg e i simbolisti del caffè Zum schwarzen Ferkel. Nel 1937 i nazisti tolgono ottantadue sue opere dai musei tedeschi come «arte degenerata».

Committenze

Il medico di Lubecca Max Linde gli commissiona nel 1903 una cartella di incisioni sulla sua casa e un fregio per la stanza dei figli, che poi rifiuta perché troppo inquieto per dei bambini. Per Max Reinhardt disegna le scene degli Spettri di Ibsen (1906) e un fregio per il ridotto del suo teatro di Berlino. La grande commissione pubblica è l'Aula Magna dell'Università di Oslo (1909-16), dominata da un sole che sorge sul mare; nel 1922 decora la mensa degli operai della fabbrica di cioccolato Freia.

Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗
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Ostenda, 13 aprile 1860

Vita e condizioni

Figlio di un ingegnere inglese e di una belga che gestisce un negozio di souvenir, maschere e conchiglie, cresce sopra quel negozio, in mezzo a maschere di carnevale e oggetti da fiera. Studia a Bruxelles, poi torna a Ostenda e vi vive quasi sempre. Non si sposa. Muore a Ostenda il 19 novembre 1949, a ottantanove anni, nominato barone nel 1929.

Formazione

Corsi a Ostenda e all'Accademia di Bruxelles (1877-80), che lo annoia. Impara di più dai maestri del passato, da Rembrandt a Turner, e dalle stampe giapponesi.

Contesto storico

Un Belgio ricco, borghese e conformista, e una Ostenda stazione balneare. Nei primi anni Ottanta il Salon lo rifiuta; nel 1883 è fra i fondatori del gruppo Les XX. La sua pittura risponde a tutto con una satira che trasforma il carnevale in un giudizio.

Committenze

Quasi nessuna commissione di rilievo. Vive della rendita familiare e vende a pochi amici e collezionisti belgi; i critici Octave Maus e Émile Verhaeren lo sostengono.

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Strumenti collegati

Questo capitolo nella timeline dell'Atlante

Ensor prende quello che sta fra le persone e mostra che è già una maschera; Munch prende quello che sta dentro una persona sola e lo fa uscire fino a piegare il paesaggio. Tutti e due però stanno ancora dipingendo qualcosa di riconoscibile: una folla, un ponte, un letto. Nei vent'anni successivi una generazione di pittori più giovani riprenderà da qui — il colore che non descrive, la faccia che si sfalda — e comincerà a chiedersi se, per dire una cosa, un quadro abbia ancora bisogno di somigliare a qualcosa. Che cosa resta di un'immagine quando anche il riconoscere diventa facoltativo?

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