Ogni città comunale ha già un edificio che la rappresenta, e le costa una fortuna: la cattedrale. Perché, nel giro di pochi decenni, quelle stesse città ne costruiscono un secondo — altrettanto grande, altrettanto costoso, con una torre altrettanto alta — a poche centinaia di metri dal primo?

Domanda

Ogni città comunale ha già un edificio che la rappresenta, e le costa una fortuna: la cattedrale. Perché, nel giro di pochi decenni, quelle stesse città ne costruiscono un secondo — altrettanto grande, altrettanto costoso, con una torre altrettanto alta — a poche centinaia di metri dal primo?

Broletto di Como

Palazzo della Ragione di Padova

Palazzo della Ragione di Padova

1218-1309

Palazzo Ducale di Venezia

Palazzo Ducale di Venezia

1340-1442

Palazzo dei Priori di Perugia

Palazzo dei Priori di Perugia

1293-1443

Palazzo del Bargello (Firenze)

Palazzo del Bargello (Firenze)

1255-1330

Palazzo della Signoria (Firenze)

Palazzo della Signoria (Firenze)

Arnolfo di Cambio · 1299-1314 circa

Palazzo Pubblico di Siena

Palazzo Pubblico di Siena

1297-1310

Piacenza: il tipo lombardo alla forma più netta

Piacenza: il tipo lombardo alla forma più netta

La Fontana Maggiore: la scultura scende in piazza

La Fontana Maggiore: la scultura scende in piazza

La torre: da arma privata a orologio pubblico

La torre: da arma privata a orologio pubblico

Come abitano i ricchi nel Comune

Come abitano i ricchi nel Comune

Il Palazzo dei Papi di Viterbo

Il Palazzo dei Papi di Viterbo

Nel Regno non c'è il palazzo pubblico: c'è il castello

Nel Regno non c'è il palazzo pubblico: c'è il castello

Castel del Monte: pianta ottagonale, otto torri ottagonali, otto sale per piano, cortile ottagonale

I numeri di Castel del Monte e di Palazzo Vecchio

Castel del Monte: pianta ottagonale, otto torri ottagonali, otto sale per piano, cortile ottagonale

I numeri di Castel del Monte e di Palazzo Vecchio

Il palazzo del Comune e i castelli federiciani

Lo spazio civile accanto a quello sacro

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Ogni città comunale ha già un edificio che la rappresenta, e le costa una fortuna: la cattedrale. Perché, nel giro di pochi decenni, quelle stesse città ne costruiscono un secondo — altrettanto grande, altrettanto costoso, con una torre altrettanto alta — a poche centinaia di metri dal primo?

Broletto di Como

Broletto di Como

1215

architettura

Comincia dal basso. Il portico non è un ornamento: è la piazza che continua dentro l'edificio: sotto quelle arcate acute passava il mercato, e il palazzo del governo sta letteralmente sopra il commercio che lo mantiene. Guarda poi il muro: bianco, grigio e rosso a fasce alterne, tre marmi dei laghi vicini. Non è una decorazione applicata sopra la pietra, è la pietra stessa scelta e alternata — lo stesso principio del Romanico lombardo, dove il materiale che il territorio produce diventa il disegno. In alto le trifore illuminano la sala del consiglio: sono grandi perché lì dentro bisognava leggere.

Nel Duecento le città del centro-nord si governano da sole, e un governo che si riunisce ha bisogno di un posto dove riunirsi. Non è un dettaglio amministrativo: consigli di centinaia di membri, magistrature che cambiano ogni due mesi, notai che devono conservare gli atti, un archivio che cresce. Il palazzo comunale nasce da questa necessità pratica molto prima di diventare un simbolo — e diventa un simbolo proprio perché quella necessità è pubblica e quotidiana.

Da quell'esigenza discende un tipo edilizio preciso, da ricostruire dal problema invece che dalla forma. Servono due cose incompatibili nello stesso edificio: una sala grande dove un'assemblea si veda in faccia, e un piano terra che non chiuda la piazza. La soluzione è impilarle. Sotto, un portico aperto ad arcate: ci passa il mercato, ci si ripara, la piazza entra nell'edificio invece di fermarsi davanti. Sopra, una sala sola, lunga quanto tutto il palazzo, con finestre su ogni lato — perché nel Duecento l'unica luce per leggere una carta è quella che entra dai muri. Ne discende una conseguenza tecnica pesante: quella sala non può avere colonne in mezzo, perché spezzerebbero l'assemblea, e senza sostegni intermedi la copertura in pietra è fuori discussione. Il palazzo comunale è quasi sempre un edificio gotico con il tetto di legno.

Il tipo è uno, le risposte sono molte. In Lombardia il portico è la regola e i materiali si alternano: al Broletto di Como il paramento a fasce di tre marmi diversi trasforma un edificio amministrativo in una superficie tessuta. A Padova la sala viene portata al suo limite fisico — ottantun metri senza un sostegno in mezzo, coperti da una carena di nave rovesciata, la più ampia sala pensile del Medioevo europeo. E a Venezia il tipo si rovescia: nel Palazzo Ducale le logge traforate stanno in basso, il muro pieno sta in alto, e il peso finisce sopra il vuoto. È un edificio che sembra costruito al contrario, e può permetterselo perché in una città difesa dalla laguna il palazzo del governo non deve farsi fortezza.

Poi c'è la torre, ed è la parte più interessante, perché non nasce dal nulla: viene tolta a qualcun altro. Nelle città del Duecento le famiglie nobili hanno torri private, alte, in competizione fra loro, ed è da lì che si controlla una strada. Il Comune fa due cose in sequenza: prima limita per legge l'altezza delle torri private, poi ne costruisce una più alta di tutte attaccata al proprio palazzo. La torre civica cambia anche mestiere. Non serve più a dominare un isolato: suona l'assemblea, il coprifuoco, l'apertura del mercato, e più tardi ci si mette l'orologio. Da arma di una famiglia diventa il tempo di tutti.

E si misura con il campanile. A Siena la Torre del Mangia sale per ottantotto metri e porta la cima alla quota del campanile del Duomo, che parte più in alto sulla collina: due torri alla stessa quota, e nessuna delle due sopra l'altra. Il campanile chiamava i cittadini ai loro doveri religiosi; la torre civica li chiama ai doveri civili, e lo dice restando alla stessa altezza. Da quel momento una città comunale ha due centri e due piazze, e i momenti importanti della vita collettiva si svolgono ora davanti all'uno ora davanti all'altro.

Firenze mostra la stessa vicenda in due tempi, e con una cicatrice. Il primo palazzo pubblico è il Bargello, sede del Capitano del Popolo dal 1255: compatto, quadrato, ancora molto vicino a una fortezza. Quarant'anni dopo il Comune ne vuole uno nuovo, e qui la politica entra nella pianta. L'edificio non poteva estendersi sul terreno degli Uberti, la famiglia ghibellina cacciata nel 1266 e le cui case erano state rase al suolo: quel suolo era considerato maledetto, e nessuno ci avrebbe costruito sopra. In più il progetto inglobò una torre già esistente. Il risultato è che la torre del Palazzo della Signoria non sta al centro della facciata ma spostata di lato: la pianta di quel palazzo porta il segno di una vendetta politica di trent'anni prima.

Non tutti i committenti di architettura civile sono un Comune, e il confronto chiarisce che cosa il Comune stia facendo. A Viterbo il papa si costruisce un palazzo con una loggia traforata di gusto francese, e lo mette accanto alla cattedrale, non su una piazza di mercato. E più a sud il palazzo pubblico non esiste affatto: nel Regno di Sicilia, dove c'è un re e non un consiglio, l'edificio in cui il potere si riconosce è il castello. Federico II ne riempie la Puglia, e per Castel del Monte sceglie una collina vuota, un ottagono, nessun vicino. Sono edifici che non devono farsi attraversare da nessuno. Il palazzo comunale, al contrario, ha il mercato sotto i piedi e la gente che ci passa in mezzo ogni mattina: è costruito da un potere che ogni due mesi torna a essere privato cittadino, e che deve essere guardato per esistere.

Approfondimenti

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architettura

Se il Broletto di Como mostra il tipo appena nato, il Palazzo Pubblico di Piacenza — che i piacentini chiamano semplicemente il Gotico — lo mostra arrivato. Cinque arcate acute in marmo rosa di Verona reggono un piano superiore interamente in laterizio, aperto da grandi finestre e chiuso da una merlatura ghibellina. La divisione è netta e dichiarata: la pietra sta dove si cammina e dove serve resistenza, il mattone sta sopra, dove serve solo chiudere. È la stessa economia dei materiali del Romanico lombardo, applicata a un edificio che non è una chiesa: si usa quello che il territorio produce, e la differenza fra i due materiali diventa il disegno della facciata invece di essere nascosta.

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marmo — Piazza IV Novembre, Perugia

Nel 1278 Perugia completa l'acquedotto che porta l'acqua in cima alla collina, e al capolinea mette una fontana scolpita da Nicola e Giovanni Pisano. Sono gli stessi due dei pulpiti di Pisa e Siena, ma qui il committente è il Comune e il soggetto cambia di conseguenza. Sulla vasca inferiore corrono venticinque formelle: i dodici mesi con i lavori dei campi, i segni zodiacali, le arti liberali, il grifo di Perugia e il leone guelfo. Sulla vasca superiore, accanto ai santi, ci sono personaggi civici e la personificazione della città stessa.

Va messa accanto ai mesi scolpiti da Antelami sul Battistero di Parma, un secolo prima. Là il calendario del lavoro contadino stava su un edificio religioso, come una parte del mondo che la chiesa faceva entrare; qui sta su una fontana pagata dal Comune, in mezzo alla piazza, e il committente è la stessa comunità che quel lavoro lo fa. Lo stesso repertorio, spostato di poche centinaia di metri, ha cambiato padrone.

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architettura — San Gimignano

Nel Duecento una città italiana è irta di torri, e non sono monumenti: sono strutture difensive private. Una famiglia importante ne possiede una, la usa per controllare la propria strada, per ritirarsi in caso di scontro e per dire agli altri quanto conta — perché più è alta, più si vede da lontano. Le faide cittadine si combattono fra torri.

Il Comune interviene su questo, e il modo in cui lo fa è istruttivo. Non le abbatte tutte: ne impone per statuto un'altezza massima, uguale per tutti. A Firenze il limite fu fissato a cinquanta braccia, e le torri eccedenti vennero mozzate. È una legge che toglie a ogni famiglia proprio la cosa che una torre serviva a dire.

Subito dopo, il Comune ne costruisce una propria, più alta di quelle che ha appena tagliato, e le cambia funzione. La torre civica non controlla una strada: scandisce il tempo di tutti — la campana che convoca l'assemblea, quella che apre e chiude il mercato, il coprifuoco della sera. Nel Trecento ci si mette l'orologio meccanico, e il passaggio si completa. La stessa forma che serviva a difendersi dai vicini serve adesso a dire ai vicini che ore sono.

San Gimignano è l'eccezione che rende visibile la regola: lì il processo si è fermato a metà, le torri private sono rimaste in piedi, e la città conserva l'aspetto che avevano tutte le altre prima che il Comune mettesse ordine.

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architettura — Palazzo Davanzati, Firenze

architettura — Torre dei Buondelmonti, Firenze

architettura — Casa Isolani, Bologna

architettura — Palazzo Datini, Prato

Una torre non era una casa: era la parte difensiva di una casa. Le grandi famiglie non abitavano dentro un fusto di pietra alto quaranta metri — abitavano un isolato di edifici bassi stretti attorno alla propria torre, tenuti insieme da un patto fra parenti chiamato consorteria, e nella torre ci si chiudeva quando la strada diventava pericolosa. La Torre dei Buondelmonti, a Firenze, racconta tutta la vicenda da sola: mozzata nel Duecento come quasi tutte le torri fiorentine, fu poi inglobata nel Quattrocento dentro il palazzo che le costruirono intorno. Prima le tagliano la cima, poi se la mangiano.

Abitare così significava vivere in verticale: poche stanze una sopra l'altra, scale ripide, finestre strette, e il problema costante dello spazio. Lo si guadagnava fuori, aggettando sulla strada con sporti lignei, ballatoi e passerelle che collegavano una casa all'altra scavalcando il vicolo. Di quel modo di costruire resta pochissimo, perché i Comuni imposero più tardi di arretrare gli sporti e di rifare i portici in muratura. Casa Isolani a Bologna è la grande eccezione: le travi di quercia alte oltre nove metri che reggono lo sporto del terzo piano sono ancora al loro posto, ed è la cosa più vicina che abbiamo a una strada duecentesca vista dal basso.

Quando la strada smette di essere pericolosa, la casa cambia direzione: da verticale diventa orizzontale, e si organizza attorno a una corte. Palazzo Davanzati, costruito a Firenze verso la metà del Trecento da una famiglia di mercanti di panni, sta esattamente sulla soglia: la facciata è ancora stretta e alta come una casa-torre, ma dentro c'è il cortile con il pozzo privato e la carrucola che porta l'acqua a tutti i piani. Non dover più fare la fila alla fontana pubblica è un lusso, e dice bene che cosa sia diventato il rango — non più altezza, ma comodità. (Attenzione: quello che si visita oggi è in larga parte il restauro di Elia Volpi, 1904-1910.)

Di quanto costasse tutto questo, di solito, non sappiamo niente. L'eccezione è Palazzo Datini a Prato, dove il mercante Francesco Datini teneva casa, fondaco e magazzini nello stesso edificio, e dove si conserva il suo archivio: circa centocinquantamila documenti, il più importante archivio mercantile del Medioevo europeo. Da lì sappiamo, per dire, che nel novembre del 1410 furono ingaggiati cinque pittori per affrescare le facciate con storie della vita del committente, pagate otto fiorini a storia. Una trentina d'anni più tardi i Medici costruiranno un palazzo che di questa casa di mercante è la versione monumentale — e a quel punto la torre di famiglia sarà soltanto un ricordo.

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architettura

Fra il 1257 e il 1281 la corte pontificia risiede stabilmente a Viterbo, e la città si dota di un palazzo papale. Lo fa ricostruire Urbano IV, che era francese, e l'origine si vede: la loggia a settefori con il traforo di trafori sovrapposti non appartiene al repertorio locale, viene d'Oltralpe.

L'episodio per cui il palazzo è ricordato riguarda però la sala grande. Alla morte di Clemente IV, nel 1268, i cardinali si riuniscono lì per eleggere il successore e non ci riescono: passano mesi, poi anni. Esasperati, i viterbesi murano le porte, riducono il vitto a pane e acqua e — secondo la tradizione — scoperchiano il tetto della sala per lasciare i cardinali sotto la pioggia. L'elezione arriva nel 1271, dopo due anni e nove mesi: è il conclave più lungo della storia, e da quella chiusura forzata cum clave viene la parola stessa.

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architettura — Castel del Monte, Andria

Tutto questo capitolo racconta l'Italia dei Comuni, cioè l'Italia centro-settentrionale. Più a sud comincia il Regno di Sicilia, e lì il palazzo pubblico non esiste — non perché non si sappia costruirlo, ma perché manca quello che dovrebbe ospitare. Non ci sono consigli di centinaia di membri, non ci sono magistrature che si rinnovano ogni due mesi, non c'è nessuno che debba farsi vedere mentre governa: c'è un re. L'edificio in cui il potere del Regno si riconosce è il castello, e Federico II ne dissemina la Puglia — Trani, Barletta, Bari. Un castello non ha bisogno di un portico che lasci passare il mercato, e non ha bisogno di una torre che dia l'ora ai cittadini: sta su un'altura, si vede da lontano, e chi lo guarda non ci deve entrare.

Nel 1240, mentre le cattedrali gotiche crescono in altezza in tutta Europa, Federico II di Svevia fa costruire in Puglia una struttura del tutto diversa: ottagonale, con otto torri ottagonali agli angoli, su un colle isolato. Non è una chiesa, non è un castello nel senso funzionale — forse una tenuta di caccia, di certo un luogo di rappresentanza simbolica. La corte di Federico era un luogo intellettuale eccezionale per l'epoca: vi gravitavano matematici arabi, filosofi ebrei e cristiani, e con la corte era in contatto anche quel Leonardo Fibonacci che aveva introdotto in Europa i numeri arabi e la notazione posizionale — pisano di base, incontrò Federico di persona nel 1226 e dedicò più di un'opera ai dotti della sua cerchia. In questo contesto — dove il rapporto tra forma e significato matematico era una questione reale, discussa, teorizzata — leggere nell'ottagono di Castel del Monte una scelta simbolica deliberata non è un'operazione arbitraria. L'ottagono è la figura geometrica di mezzo tra il quadrato (la terra) e il cerchio (il cielo): simbolo del passaggio, della mediazione, usato per questo nei battisteri cristiani. Se Federico conosceva questo significato — e in quella corte sarebbe strano che non lo conoscesse — Castel del Monte è anche un manifesto filosofico in pietra.

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architettura — Castel del Monte, Andria

Castel del Monte: pianta ottagonale, otto torri ottagonali, otto sale per piano, cortile ottagonale

Cominciamo contando. A Castel del Monte l'otto torna a ogni scala: pianta ottagonale, otto torri e ognuna a sua volta ottagonale, otto sale per piano, cortile ottagonale. Poi si continua, e viene fuori una sequenza: uno il castello, due gli ingressi, tre i portali del cortile, cinque le torri con i servizi, otto le cortine e le sale, tredici le monofore, ventuno i modiglioni del portale, trentaquattro i quadrifogli fra di essi. È l'inizio della successione di Fibonacci. E sovrapponendo alla pianta quattro rettangoli aurei disposti in croce si ottengono lo spessore dei muri, l'angolo di centotrentacinque gradi delle torri e la forma trapezoidale delle sale.

E c'è una cosa che rende quel conteggio difficile da lasciar perdere: di questo edificio non si sa a che cosa servisse. Non ha fossato né opere difensive che abbiano senso, non ha cucine dimensionate per una corte, non ha stalle, e non risulta che Federico II ci abbia mai dormito. Un ottagono perfetto, costruito con enorme spesa su una collina vuota, senza una funzione che si riesca a nominare.

La domanda ovvia è se ce li stiamo mettendo noi. Guardiamoci intorno: sono gli anni in cui in Italia si costruisce contando. La Commedia è di pochi decenni dopo, e Dante la fabbrica sul tre: terzine, tre cantiche, trentatré canti ciascuna più il proemio, cento in tutto. Nessuno pensa che siano coincidenze. In quella cultura il numero non decora un'opera, la tiene in piedi, ed è considerato un modo di dire qualcosa di vero sul mondo — non un vezzo di chi la costruisce.

Nel caso di Federico II c'è anche una circostanza precisa. Leonardo Pisano, che chiamiamo Fibonacci, fu davvero in rapporto con la sua corte: i matematici dell'imperatore gli sottoponevano problemi, e a Federico dedicò uno dei propri libri. L'uomo che aveva introdotto in Europa le cifre indo-arabiche e quella successione frequentava l'ambiente che commissionò il castello.

Lo stesso sguardo funziona a Firenze, e lì si vede addirittura il momento in cui una difficoltà diventa una proporzione. Arnolfo non poteva estendere il palazzo sul suolo degli Uberti, e doveva inglobare una torre già esistente: la torre non poteva stare al centro. Allora fa crescere il corpo dell'edificio fino al punto in cui quella torre, invece di essere fuori posto, cade nella sezione aurea del lato lungo. Non è una simmetria mancata: è un'asimmetria calcolata, e un vincolo politico che diventa una regola di composizione.

L'unica cautela che serve è piccola e non tocca la domanda, tocca la risposta: quali numeri si ottengono dipende anche da che cosa si sceglie di contare, e la successione ha preso il nome di Fibonacci solo nell'Ottocento. Quindi «il progettista voleva la serie di Fibonacci» resta una lettura, non un documento.

Ma la domanda, quella sì, è la domanda giusta da fare a un edificio del Duecento. Chi lo costruì non ci ha lasciato i propri calcoli; ci ha lasciato un edificio in cui l'otto ritorna a ogni scala, in un secolo che contava per dire le cose sul serio.

Chi era

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Colle di Val d'Elsa, verso il 1240

Vita e condizioni

Si forma nella bottega di Nicola Pisano. Lavora a Roma per Carlo d'Angiò e per i papi, poi a Firenze, dove alla fine del Duecento il Comune lo nomina capomastro della nuova cattedrale. Muore a Firenze nei primi anni del Trecento, fra il 1302 e il 1310.

Formazione

Nella bottega di Nicola Pisano, con cui scolpisce il pulpito di Siena.

Contesto storico

La Roma dei papi e degli Angiò e la Firenze del Comune popolare, che vuole una cattedrale più grande di quelle di Siena e di Pisa.

Committenze

La statua di Carlo d'Angiò in trono (Roma). I cibori di San Paolo fuori le mura (1285) e di Santa Cecilia (1293). La tomba del cardinale de Braye a Orvieto. A Firenze, il progetto del Duomo (dal 1296) e le statue della prima facciata; secondo la tradizione anche Santa Croce e Palazzo Vecchio.

Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗

Strumenti collegati

Questo capitolo nella timeline dell'Atlante

Il palazzo comunale ha risolto il problema di dire chi comanda senza usare un santo: lo dice con una sala, un portico e una torre. Restava però da riempire la sala. Negli stessi decenni, sulle pareti di quelle stanze e sui pulpiti delle chiese vicine, i corpi di pietra e di colore cominciano a staccarsi dall'architettura che li ospita e a reggersi da soli. Che cosa cambia in un corpo scolpito, quando smette di appartenere al muro?

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