Nello stesso mezzo secolo in cui Giotto lavora a Firenze, Padova e Assisi, a settanta chilometri da Firenze si dipinge in un modo completamente diverso — e altrettanto nuovo. Perché di solito ne studiamo uno solo?

Domanda

Nello stesso mezzo secolo in cui Giotto lavora a Firenze, Padova e Assisi, a settanta chilometri da Firenze si dipinge in un modo completamente diverso — e altrettanto nuovo. Perché di solito ne studiamo uno solo?

Maestà del Duomo di Siena

Maestà (Palazzo Pubblico di Siena)

Maestà (Palazzo Pubblico di Siena)

Simone Martini · 1315, ridipinta nel 1321

Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi

Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi

Simone Martini · 1330

Annunciazione

Annunciazione

Simone Martini · 1333

Compianto sul Cristo morto (Basilica inferiore di Assisi)

Compianto sul Cristo morto (Basilica inferiore di Assisi)

Pietro Lorenzetti · 1315-1319 ca.

Natività della Vergine (Pietro Lorenzetti)

Natività della Vergine (Pietro Lorenzetti)

Pietro Lorenzetti · 1342

Ciclo del Buon e del Cattivo Governo (Sala dei Nove)

Ciclo del Buon e del Cattivo Governo (Sala dei Nove)

Ambrogio Lorenzetti · 1338-1339

Ciclo del Buon e del Cattivo Governo (Sala dei Nove)

Ciclo del Buon e del Cattivo Governo (Sala dei Nove)

Ambrogio Lorenzetti · 1338-1339

Ciclo del Buon e del Cattivo Governo (Sala dei Nove)

Ciclo del Buon e del Cattivo Governo (Sala dei Nove)

Ambrogio Lorenzetti · 1338-1339

Ciclo del Buon e del Cattivo Governo (Sala dei Nove)

Ciclo del Buon e del Cattivo Governo (Sala dei Nove)

Ambrogio Lorenzetti · 1338-1339

La via senese

Duccio, Simone Martini, i Lorenzetti

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Nello stesso mezzo secolo in cui Giotto lavora a Firenze, Padova e Assisi, a settanta chilometri da Firenze si dipinge in un modo completamente diverso — e altrettanto nuovo. Perché di solito ne studiamo uno solo?

Maestà del Duomo di Siena

Maestà del Duomo di Siena

Duccio di Buoninsegna · 1308-1311

tempera su tavola, 211 x 426 cm — Museo dell'Opera del Duomo, Siena

Comincia contando quanto è grande: più di quattro metri di larghezza, dipinta su entrambi i lati, portata in processione dalla bottega di Duccio alla cattedrale nel giugno del 1311 con le botteghe chiuse e le campane a festa. Non è un quadro: è l'oggetto attorno a cui la città si riconosce.

Sul fronte, la Vergine in trono con il Bambino, circondata da santi e angeli disposti su file ordinate. Guarda i volti: sono ancora costruiti secondo il modello bizantino, con il naso lungo e sottile, gli occhi allungati, le ombre verdastre sotto la pelle. E guarda l'oro: il fondo è oro compatto, senza profondità, e le vesti sono percorse da fili d'oro sottilissimi. Duccio non ha alcuna intenzione di sfondare la parete come farà Giotto. Sta facendo un'altra cosa: portare quel linguaggio al massimo grado di raffinatezza che può reggere.

Però osserva il trono, e in particolare i suoi lati: si vede che gira, che occupa uno spazio, che i santi delle file posteriori stanno davvero dietro. E sul retro, nelle scenette della Passione, troverai stanze con soffitti a cassettoni e architetture viste di sbieco. Sono due cose vere insieme, da tenere entrambe: Duccio non rompe con la tradizione, e allo stesso tempo dentro quella tradizione fa entrare uno spazio che prima non c'era.

La strada di Giotto — la figura che pesa, lo spazio costruito come una scatola, i volti che reagiscono — è quella che i manuali raccontano per prima, perché porta direttamente a Masaccio e al Quattrocento fiorentino. Negli stessi decenni, però, a Siena si lavora in un modo diverso — non arretrato, non provinciale, e in almeno un aspetto più avanzato — e va guardato per conto proprio invece che come sfondo della vicenda fiorentina.

Siena all'inizio del Trecento è una città ricca e nemica di Firenze: banchieri, la Via Francigena che la attraversa, un governo di nove cittadini, estratti a sorte da liste votate in consiglio, che si rinnova ogni due mesi. Non ha un signore né un vescovo che comanda, e questo conta per la pittura più di quanto sembri, perché i grandi cicli senesi sono commissionati dal Comune per parlare ai cittadini che governano.

Duccio di Buoninsegna apre la strada facendo una scelta opposta a quella di Giotto: non rompe con la tradizione bizantina, la porta al massimo grado di raffinatezza di cui è capace. Nella Maestà del Duomo trovi ancora l'oro compatto, i volti costruiti secondo lo schema greco, le vesti percorse da fili dorati — e insieme, sul retro, stanze che girano e architetture viste di sbieco. Chi dice che i senesi non conoscessero lo spazio non ha guardato la Passione di Duccio.

Simone Martini prende quella raffinatezza e la trasforma in un linguaggio: linea continua, stoffe, oro punzonato, gesti obliqui, un'eleganza da corte. Ed è lui a fare il passaggio decisivo sul piano dei contenuti, dipingendo una Maestà non in una chiesa ma nella sala del governo, con la Vergine che pone condizioni a chi amministra la città. Dopo di lui il sacro e il politico, a Siena, si parlano di continuo: sulla parete di fronte, nella stessa sala, il Comune si fa dipingere il capitano che ha preso Montemassi. Passando gli ultimi anni ad Avignone, Simone diventerà anche il canale attraverso cui questo modo di dipingere si diffonde in tutta Europa.

Con Pietro e Ambrogio Lorenzetti la scuola arriva ai suoi due esiti più estremi, e sono opposti tra loro. Pietro va a lavorare ad Assisi accanto al cantiere giottesco e ne ricava una durezza emotiva che a Firenze non c'è: corpi pesanti, angeli deformati dal pianto, composizioni in diagonale. Ambrogio va nella direzione contraria e dipinge, nella Sala dei Nove, il ciclo del Buon Governo: non una storia sacra, non un mito, ma una tesi politica illustrata, con una città riconoscibile e sette metri di campagna aperta.

Qui la gerarchia consueta va rimessa in discussione. Su una cosa specifica — la costruzione dello spazio esteso, il paesaggio come territorio invece che come fondale — Ambrogio Lorenzetti nel 1339 va oltre qualunque cosa si dipinga a Firenze in quegli anni. Su un'altra — il peso dei corpi, la scatola prospettica — Giotto resta insuperato. Non sono due gradi della stessa scala, sono due domande diverse: Giotto chiede come si costruisce un corpo nello spazio, Ambrogio come si costruisce un mondo attorno alle figure.

Poi arriva il 1348. La peste uccide forse metà della popolazione di Siena, e con essa quasi certamente Pietro e Ambrogio, di cui dopo quell'anno non si hanno più notizie. Il progetto di ingrandire il Duomo si trascina ancora qualche anno e poi viene abbandonato — il muro incompiuto è ancora lì. La strada senese non viene sconfitta da quella fiorentina in un confronto di qualità: perde in un anno i suoi due pittori più grandi e la città che li pagava. La pittura senese continua — Bartolo di Fredi nel secondo Trecento, Sassetta e Giovanni di Paolo nel Quattrocento — ma la stagione che poteva contendere a Firenze il primo posto si chiude lì. E il fatto che noi oggi studiamo prima Giotto dipende anche da questo, e dal fatto che la storia dell'arte moderna nasce a Firenze, con Vasari, che era fiorentino e giudicava di conseguenza.

Approfondimenti

Per capire perché quel ciclo esiste bisogna sapere chi lo guardava. Dal 1287 al 1355 Siena è retta da nove cittadini, i Nove, scelti tra mercanti e banchieri — esclusi i nobili e gli artigiani minori — estratti a sorte ogni due mesi da liste di nomi che il consiglio aveva votato in precedenza. Durante il mandato vivono reclusi nel Palazzo Pubblico, senza poter tornare a casa. Finito il turno, tornano privati cittadini e non sono rieleggibili per venti mesi.

Un governo così ha un problema pratico: chi comanda cambia sei volte l'anno e quasi nessuno arriva preparato. Dipingere sulle pareti della sala il funzionamento della giustizia, la corda della concordia e le conseguenze visibili del buon governo non è propaganda rivolta ai sudditi: è formazione permanente rivolta ai governanti, nell'unico luogo dove sono sicuramente presenti. C'è un'ironia: il ciclo viene completato nel 1339, e sedici anni dopo il regime dei Nove cade.

La domanda con cui si apre il capitolo ha una risposta storiografica, che riguarda il modo in cui la storia dell'arte si è costruita. Nel 1550 Giorgio Vasari, fiorentino, pubblica le Vite e organizza tutta la vicenda artistica italiana come un progresso che parte da Giotto, passa per Masaccio e culmina in Michelangelo. In quello schema la pittura senese non ha un posto proprio: compare come una tappa incerta o come un'eleganza attardata.

È un'interpretazione, non un dato di fatto, e per secoli è stata la cornice dentro cui si è guardato il Trecento. La riabilitazione della scuola senese è recente: la critica novecentesca — con studi come quelli di Millard Meiss sulla pittura dopo la peste — ha rimesso in discussione l'idea che ci fosse una sola direzione giusta. Tenere presente questo non serve a rovesciare la classifica mettendo Siena sopra Firenze: serve a diffidare dell'idea stessa che si tratti di una classifica.

Nel 1348 la peste nera raggiunge Siena. Le stime sulla mortalità variano molto e nessuna è verificabile con precisione, ma il crollo demografico è tale che la città non tornerà più alle dimensioni precedenti. Di Pietro e Ambrogio Lorenzetti non si hanno notizie dopo quell'anno, e si ritiene che siano morti nell'epidemia — un dato probabile, non documentato. Di Ambrogio resta però un testamento di quello stesso 1348, scritto in volgare su una pergamena e senza notaio, in cui lascia i suoi beni alla moglie, alle figlie e alla Compagnia della Vergine: un uomo che mette in ordine le sue cose da solo, perché non c'è tempo né modo di farlo come si dovrebbe.

L'effetto più visibile è il cosiddetto Duomo Nuovo: dal 1339 Siena stava costruendo una cattedrale gigantesca di cui quella esistente sarebbe diventata soltanto il transetto. I lavori rallentano, fra problemi statici e catastrofe demografica, e nel 1357 vengono abbandonati: il muro incompiuto con le sue arcate vuote è ancora oggi in piedi accanto al Duomo. È il monumento involontario a un'ambizione interrotta, e vale come immagine di cosa succede alla scuola senese dopo quella data.

Chi erano

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Siena, verso il 1255

Vita e condizioni

Ben pagato e sempre in debito. I registri del Comune lo nominano più spesso per le multe che per i quadri: nel 1295 si rifiuta di giurare fedeltà al Capitano del Popolo; nel 1302 è multato per debiti, per non essere partito con l'esercito nella guerra di Maremma e, a quanto pare, per stregoneria. Ha sette figli. Muore a Siena fra il 1318 e il 1319, e i figli rinunciano all'eredità, troppo carica di debiti.

Formazione

Non documentata. Il primo documento, del 1278, è un pagamento per casse e per le copertine dipinte dei registri del Comune: il lavoro quotidiano di una bottega. La sua pittura mostra che conosce bene le icone e i manoscritti bizantini e la pittura di Cimabue, e che guarda al gotico d'Oltralpe.

Contesto storico

Lavora nella Siena del governo dei Nove, un regime di mercanti che fa della città un cantiere: il Duomo, il Palazzo Pubblico, la piazza del Campo. Dalla vittoria di Montaperti del 1260 Siena si considera città della Vergine, e la Maestà è pensata come l'immagine della sua regina. L'iscrizione sul trono chiede alla Madre di Dio pace per Siena e vita per Duccio, che l'ha dipinta così.

Committenze

Nel 1285 i Laudesi di Santa Maria Novella, a Firenze, commissionano a lui, senese, la grande Madonna oggi chiamata Rucellai. Nel 1287-88, con ogni probabilità, disegna la vetrata circolare del Duomo di Siena. Il 9 ottobre 1308 l'Opera del Duomo gli affida la Maestà per l'altare maggiore: il contratto vuole che la dipinga tutta di sua mano, a sedici soldi al giorno. Il 9 giugno 1311 la tavola viene portata dalla bottega al Duomo in processione, con il vescovo, il clero e la città dietro, a botteghe chiuse. Nel 1771 fu segata, e parte delle storie è oggi dispersa fra musei d'Europa e d'America.

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Siena, verso il 1284

Vita e condizioni

Dei suoi primi trent'anni non si sa nulla: il primo documento che lo riguarda è già la Maestà del 1315, cioè un capolavoro. Nel 1317 un atto napoletano concede una ricca rendita annua a un «Simone cavaliere», con ogni probabilità lui — un pittore fatto cavaliere dal re di Napoli. Nel 1324 sposa Giovanna, sorella di Lippo e Tederico Memmi, che già lavoravano con lui: il socio di bottega diventa cognato. Verso il 1336 si trasferisce ad Avignone con la moglie e il fratello Donato, e lì muore nel luglio del 1344.

Formazione

La tradizione lo vuole allievo di Duccio, e la sua pittura lo conferma; ma nessun documento lo dice, e quando lo incontriamo per la prima volta è già un maestro fatto. Conosce da vicino l'oreficeria e le miniature francesi, e il soggiorno napoletano alla corte angioina gli mette sotto gli occhi il gusto di una corte vera.

Contesto storico

Lavora per la Siena dei Nove negli anni in cui il Comune si sta costruendo un'immagine di sé, e poi ad Avignone, dove il papato si è trasferito e dove convergono artisti da mezza Europa. È lì che il modo di dipingere senese smette di essere una faccenda toscana.

Committenze

Nel 1315 il Comune di Siena gli fa dipingere la Maestà nella Sala del Mappamondo, la stanza del governo, e lui stesso la ritocca nel 1321. Nel 1317 Roberto d'Angiò gli commissiona a Napoli il San Ludovico di Tolosa che incorona il re, una tavola di propaganda dinastica. Ad Assisi affresca la cappella di San Martino. Gli si attribuisce il Guidoriccio da Fogliano, il condottiero a cavallo dipinto nella stessa sala della Maestà. Nel 1333 firma con Lippo Memmi l'Annunciazione per l'altare di Sant'Ansano nel Duomo di Siena. Ad Avignone lavora per la corte papale e disegna il frontespizio del Virgilio di Petrarca.

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Siena, verso il 1280

Vita e condizioni

Il fratello maggiore di Ambrogio. La prima traccia potrebbe essere un pagamento del febbraio 1306 a un «Petruccio di Lorenzo» per una tavola destinata alla sala dei Nove — la stessa stanza che il fratello avrebbe affrescato trentadue anni dopo. L'identificazione è probabile, non certa. L'ultima opera datata è del 1342; dopo il 1348 non si hanno più notizie né di lui né di Ambrogio, e si ritiene che la peste li abbia presi entrambi.

Formazione

Duccio è il punto di partenza, e si vede nei primi polittici. Ma quello che lo rende diverso viene da altrove: da Giotto, per il peso dei corpi e per l'ombra, e dalla scultura di Giovanni Pisano — i volti contratti, i ritmi spezzati dei pulpiti. È un pittore che ha guardato molto gli scultori.

Contesto storico

Lavora fra Siena, Arezzo e Assisi, cioè dentro e fuori dalla sua città. Ad Assisi si trova nello stesso cantiere dei pittori formati su Giotto, e la sua pittura ne esce cambiata: è la prova che le due scuole non erano due mondi chiusi.

Committenze

Il 17 aprile 1320 il vescovo Guido Tarlati gli commissiona il polittico per la pieve di Arezzo, finito entro il 1324. Nel transetto della Basilica inferiore di Assisi affresca le storie della Passione, con il Compianto e la Crocifissione. Del 1329 è la pala del Carmine per Siena. Nel 1335 l'Opera del Duomo gli ordina la Natività della Vergine, consegnata nel 1342: lì la cornice dipinta smette di fare da cornice e diventa l'architettura della stanza, che continua dietro le colonne come se il trittico fosse una parete aperta.

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Siena, verso il 1290

Vita e condizioni

Fratello minore di Pietro, documentato dal 1319. Passa anni a Firenze, dove fra il 1328 e il 1330 si iscrive all'Arte dei Medici e Speziali, la corporazione che accoglieva i pittori: un senese che va a lavorare nella città rivale. Del 1348 resta un suo testamento, scritto in volgare su una pergamena e senza notaio, in cui lascia i beni alla moglie, alle figlie e alla Compagnia della Vergine. Dopo quell'anno di lui non si sa più nulla.

Formazione

Parte dalla tradizione di Duccio come tutti a Siena, ma la cosa che lo distingue è Firenze: la monumentalità di Giotto, i corpi che occupano spazio, la scena costruita come un fatto accaduto. Torna a Siena con strumenti che i suoi concittadini non avevano.

Contesto storico

La Siena dei Nove, un governo di mercanti che cambia sei volte l'anno e che ha bisogno di spiegare a se stesso come si amministra. Ambrogio frequenta un ambiente colto e dipinge il ciclo più teoricamente ambizioso del Medioevo europeo per una stanza in cui nessuno restava più di due mesi.

Committenze

La prima opera datata è la Madonna di Vico l'Abate, del 1319. Fra il febbraio 1338 e il maggio 1339 affresca per il Comune le tre pareti della Sala dei Nove, il Buon e il Cattivo Governo. Del 1342 è la Presentazione al Tempio, del 1344 un'Annunciazione in cui le righe del pavimento a scacchi convergono tutte in un punto solo, un secolo prima che la prospettiva abbia una regola scritta. Verso il 1345 dipinge nel Palazzo Pubblico un mappamondo girevole, un grande disco montato su un perno con Siena al centro: è perduto, e sul muro restano i cerchi che ha lasciato girando. È da quello che la Sala del Mappamondo prende il nome.

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Strumenti collegati

Questo capitolo nella timeline dell'Atlante

Ambrogio Lorenzetti dipinge il buon governo nel 1339, e nove anni dopo la peste cancella metà della città che quel governo doveva proteggere. Il capitolo successivo ti porta in un altro cimitero dipinto, a Pisa, davanti a un affresco che molti hanno letto come la risposta alla peste — anche se, come vedrai, le date non tornano. Che cosa succede alle immagini quando una società smette di credere che il futuro sia governabile?

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