Masaccio e la prospettiva sistematica in pittura
atlantedellarte.it/didattica/periodi/capitolo.php?slug=masaccio
Lo stiacciato di Donatello porta l'illusione dello spazio scolpito fin dove la scultura può arrivare, usando la profondità per raccontare il tempo di una storia. Cosa succede quando lo stesso problema — costruire uno spazio che non c'è — lo prende in mano non uno scalpello, ma un pennello?
Tributo
affresco, 255 x 598 cm — Cappella Brancacci (Firenze)
Cercate prima il punto di fuga: è dietro la testa di Cristo, al centro. Le linee dell'edificio sulla destra convergono verso di lui, mentre le montagne sfumano in lontananza. Lo spazio sembra unico e continuo, anche se contiene momenti diversi della stessa storia.
Per seguirla, non cominciate da sinistra. Guardate il centro: un gabelliere chiede il pagamento di un tributo, Cristo indica a Pietro il lago e Pietro ripete il gesto, quasi a chiedere conferma. Seguite quelle mani: sulla sinistra ritrovate Pietro, inginocchiato sulla riva, mentre estrae una moneta dalla bocca di un pesce. Poi spostatevi all'estrema destra, dove Pietro consegna il denaro al gabelliere. Tre momenti, un solo affresco, e un racconto che procede dal centro verso sinistra per concludersi a destra.
È ancora la narrazione continua della pittura medievale e gotica, ma qui gli episodi non sono semplicemente accostati: abitano uno spazio coerente, illuminato da una luce che arriva dalla stessa direzione della finestra reale della cappella.
Cacciata dal Paradiso Terrestre
affresco, 208 x 88 cm — Cappella Brancacci (Firenze)
Guardate le bocche: quella di Eva è spalancata in un grido continuo, quella di Adamo è nascosta dalle mani. Non è vergogna soltanto per la nudità appena scoperta — è un dolore che sembra già contenere quello che li aspetta. Poi guardate i corpi: pesanti, veri, segnati da un chiaroscuro che li scolpisce come se fossero di marmo più che dipinti. È il primo grande nudo patetico del Rinascimento: nessuna idealizzazione, solo la verità cruda di due persone che hanno appena perso tutto.
Trinità
affresco, 677 x 314 cm — Basilica di Santa Maria Novella (Firenze)
State guardando dentro una cappella che non esiste: Masaccio dipinge un'architettura in prospettiva così rigorosa da sembrare una nicchia reale scavata nel muro, e la costruisce con la sintassi di Brunelleschi: le colonne ioniche portano l'arco, le paraste corinzie portano la trabeazione. Cercate il punto di fuga: è all'altezza dei vostri occhi, quelli di chi guarda in piedi da terra — non è un punto di vista privilegiato riservato a Dio o al committente, è il vostro. Sotto, un sarcofago dipinto con uno scheletro e un'iscrizione che vi parla direttamente: 'io fui già quel che voi siete, e quel che io sono voi ancora sarete'. Sopra, il gruppo che si chiama Trono di grazia: Dio Padre regge la croce del Figlio, e fra le loro teste vola la colomba dello Spirito. Ai lati la Vergine e san Giovanni, e infine, fuori dallo spazio sacro, i due committenti inginocchiati, di profilo come nei ritratti fiorentini del tempo.
Poi guardate i colori. Masaccio usa soprattutto il rosso e l'azzurro e li distribuisce con una regolarità quasi geometrica. Dio Padre li indossa entrambi, la colomba è bianca come il perizoma di Cristo, Giovanni è in rosso, la Vergine in un nero bluastro, il colore del lutto. Vi si possono riconoscere anche significati simbolici e religiosi, già presenti nella pittura di Giotto: il rosso può richiamare la dimensione umana, l'azzurro quella divina. Ma qui conta soprattutto il modo in cui i colori si richiamano da una parte all'altra, dando equilibrio all'intera composizione; anche la volta li alterna, con i cassettoni rossi e blu, mentre le membrature dell'architettura sono rosa. Nei committenti i colori si incrociano, lui in rosso sotto la Vergine e lei in blu sotto Giovanni. La geometria non governa soltanto lo spazio: organizza anche il colore.
Infine guardate la Vergine. Non guarda il Figlio, guarda voi, e con la mano vi indica Cristo: è lei a sfondare la quarta parete e a far entrare chi sta nella chiesa dentro lo spazio dipinto, e la strada della salvezza passa da quel gesto. Tutto è tenuto insieme da un'unica costruzione geometrica, dal cielo dipinto fino ai vostri piedi.
Donatello aveva risolto il problema costruendo il tempo dentro la profondità: nel Banchetto di Erode, la stanza più lontana contiene l'evento più antico, il primo piano contiene il presente. Masaccio eredita lo stesso problema — raccontare più momenti in un'unica immagine — ma lo risolve in modo opposto, perché arriva da una tradizione diversa. La pittura medievale e gotica raccontava già storie rappresentando più episodi nella stessa immagine: è il principio che nell'Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano fa sfilare il corteo attraverso luoghi e momenti successivi.
Masaccio non inventa la narrazione continua — la eredita — ma la trasforma attraverso la prospettiva e una nuova coerenza dello spazio. Nel Tributo i tre momenti della storia non seguono nemmeno l'ordine della lettura: si comincia dal centro, dove Cristo ordina a Pietro di pescare, si passa a sinistra, dove Pietro estrae la moneta, e si conclude a destra, dove la consegna al gabelliere.
La prospettiva conduce lo sguardo verso Cristo, al centro della composizione; il suo gesto e quello di Pietro lo indirizzano verso il lago, dove avviene il miracolo. Tutti e tre gli episodi appartengono allo stesso paesaggio, illuminato da una luce coerente. Masaccio riesce così a rappresentare tempi diversi senza rinunciare all'unità dello spazio.
Rispetto a Donatello, che nel Banchetto di Erode usa la profondità per distinguere i momenti della storia, Masaccio li distribuisce orizzontalmente ma dentro uno spazio già unificato. Due modi diversi di affrontare lo stesso problema: far convivere il tempo del racconto con lo spazio dell'immagine.
C'è anche chi ha letto la scena con gli occhi della Firenze di quegli anni. La città discuteva da tempo su come far pagare le tasse ai cittadini, e nel 1427 introduce il catasto, la dichiarazione obbligatoria dei beni: un affresco in cui Cristo stesso ordina di pagare il tributo, nella cappella di un mercante, poteva suonare come qualcosa di più di un episodio del Vangelo. Non è detto che fosse questa l'intenzione, ma ricorda che anche le storie sacre si guardavano con gli occhi della città.
Tutto questo succede dentro una commissione precisa. La cappella nella chiesa del Carmine appartiene ai Brancacci, e Felice Brancacci, mercante di seta e nel 1422 ambasciatore della Repubblica presso il sultano d'Egitto, la vuole affrescata con le storie di san Pietro. Verso il 1424 il lavoro va a Masolino da Panicale, il pittore più anziano e affermato, e con lui a Masaccio. I due lavorano già insieme: nella Sant'Anna Metterza, dipinta in quegli stessi anni per la chiesa di Sant'Ambrogio, le due mani si riconoscono sulla stessa tavola. Nel 1425 Masolino parte per l'Ungheria, e Masaccio resta a lavorare da solo.
tempera su tavola, 175.3 x 174.6 cm — Gallerie degli Uffizi (Firenze)
Sulle pareti della cappella Masaccio porta dentro le storie sacre qualcosa che la pittura fiorentina non aveva ancora mostrato così: la gente di strada. In San Pietro risana con l'ombra gli infermi stanno seduti contro le case di una via di città, e il miracolo lo fa l'ombra dell'apostolo che passa, cioè la stessa luce da una direzione sola che costruisce lo spazio del Tributo. Nel Battesimo dei neofiti un ragazzo nudo trema di freddo aspettando il suo turno. Nella Distribuzione dei beni Pietro dà l'elemosina a una donna povera con un bambino in braccio. Sono corpi e facce di tutti i giorni, messi al centro di storie che fino ad allora si raccontavano con figure ideali.
La Cacciata dal Paradiso Terrestre mostra un altro lato della rivoluzione masaccesca: non più solo lo spazio, ma il corpo e l'emozione. Adamo ed Eva sono nudi, resi con un realismo che non concede nulla all'idealizzazione — i corpi hanno peso, i volti sono sfigurati dal pianto. Il grido di Eva e le mani di Adamo sul volto non esprimono solo la vergogna improvvisa della nudità scoperta (Genesi 3,10), ma sembrano già portare il peso di ciò che è stato appena decretato: il lavoro e il dolore del parto che le maledizioni divine hanno appena pronunciato (Genesi 3,16-19). Non è la vergogna di un istante isolato — è un dolore che contiene già tutto il futuro. Anche qui, come nel servo della formella di Brunelleschi o nello Zuccone di Donatello, c'è l'antico: la posa di Eva, che si copre il seno e il ventre, riprende il tipo classico della Venere pudica.
La Trinità porta la sintesi a compimento assoluto. Masaccio costruisce un'architettura dipinta — volta a botte cassettonata, colonne ioniche che portano l'arco, paraste corinzie che portano la trabeazione, la stessa sintassi di Brunelleschi — con un rigore prospettico tale da creare l'illusione di una vera cappella scavata nel muro della chiesa. Il punto di fuga è posto all'altezza degli occhi di chi guarda da terra: non un punto di vista ideale o divino, ma quello di un fedele qualunque, in piedi nella navata. La prospettiva, qui, è un sistema costruito per un osservatore umano, reale, con i piedi per terra. Sotto l'altare illusorio, uno scheletro disteso e un'iscrizione ammoniscono il fedele sulla propria mortalità — un memento mori che trasforma la perfezione geometrica in un monito esistenziale. È la sintesi di tutto ciò che Firenze aveva prodotto fino a quel momento: l'architettura di Brunelleschi, la solidità plastica appresa da Donatello, e un'invenzione tutta sua — l'illusione totale di uno spazio dipinto che sembra reale.
Masaccio muore a ventisei anni, nel 1428, lasciando la Cappella Brancacci non ancora completata. Il resto della storia della cappella lo decide la politica. Felice Brancacci aveva sposato nel 1431 una figlia di Palla Strozzi, e con il ritorno dei Medici, nel 1434, si trova dalla parte degli sconfitti: nel giro di un paio d'anni finisce in esilio, e dagli affreschi vengono con ogni probabilità cancellati i ritratti dei suoi. Le scene rimaste a metà le completerà Filippino Lippi fra il 1481 e il 1483, più di cinquant'anni dopo. Ma la sua influenza è sproporzionata rispetto alla brevità della sua vita: generazioni di pittori, da Filippo Lippi a Michelangelo, andranno a studiare e copiare i suoi affreschi nella cappella, come se fossero già un'accademia. Masaccio lascia alla pittura fiorentina un vocabolario nuovo — spazio unificato, volume solido, emozione vera — che non sostituisce subito gli altri linguaggi, ma diventa un punto di riferimento sempre più importante. Dopo di lui sarà difficile dipingere senza fare i conti con quello che ha mostrato.
Approfondimenti
Tentazione di Adamo ed Eva
affresco, 208 x 88 cm — Cappella Brancacci (Firenze)
Masolino, Tentazione di Adamo ed Eva
Nella stessa Cappella Brancacci, sul pilastro di fronte alla Cacciata di Masaccio, si trova la Tentazione di Adamo ed Eva di Masolino da Panicale, che con Masaccio condivide la commissione e in parte il cantiere. Il confronto è impossibile da evitare, ed è istruttivo. Masolino propone una scena idilliaca: figure idealizzate, proporzioni longilinee, un disegno morbido e curvilineo, corpi leggeri quasi privi di peso — l'eleganza del gotico internazionale ancora viva. Masaccio, a pochi passi di distanza, sceglie l'esatto opposto: corpi pesanti, un chiaroscuro drammatico, un'emotività che sfiora la violenza espressiva. Stessi protagonisti, stesso cantiere, stessi committenti — e due linguaggi agli antipodi, la stessa distanza che separa l'Adorazione di Gentile da Fabriano da quella di Masaccio. La convivenza fisica dei due stili, a un metro di distanza l'uno dall'altro, è forse la prova più diretta che nel 1425 a Firenze il nuovo linguaggio non aveva ancora vinto: stava solo cominciando a farsi notare.
Cappella Brancacci (Affreschi)
affresco — Cappella Brancacci (Firenze)
La Distribuzione delle elemosine e la morte di Anania (Masaccio)
Negli Atti degli Apostoli i primi cristiani mettono in comune i loro beni, e gli apostoli li distribuiscono a chi ne ha bisogno. Un uomo, Anania, vende un campo e ne tiene per sé una parte di nascosto: davanti a Pietro cade a terra morto. Masaccio mette le due cose nella stessa scena, Pietro che dà l'elemosina a una donna povera con un bambino in braccio e Anania disteso ai suoi piedi.
In una città di mercanti che proprio in quegli anni discuteva su come far dichiarare a ciascuno quello che possedeva, una storia di beni messi in comune e di un uomo punito per averne nascosto una parte difficilmente passava inosservata. Come per il Tributo, è una lettura possibile e non una certezza; ma dice bene con che occhi un fiorentino del 1427 poteva guardare queste pareti.
Chi erano
Tommaso di Ser Giovanni di Simone (Masaccio) · Castel San Giovanni (oggi San Giovanni Valdarno), 21 dicembre 1401
Vita e condizioni
Tommaso di ser Giovanni perde il padre, un notaio, a cinque anni; la madre si risposa con uno speziale, rimane vedova di nuovo, e verso il 1418 la famiglia è a Firenze. Anche il fratello minore Giovanni, detto lo Scheggia, fa il pittore. Secondo Vasari il soprannome viene dalla sua trascuratezza: pensava solo alla pittura e poco a sé e agli altri. Nella portata al catasto del 1427 dichiara debiti, una casa e una bottega in affitto. L'anno dopo parte per Roma e ci muore, nel 1428, a ventisei anni.
Formazione
Non documentata. Il 7 gennaio 1422 si iscrive all'Arte dei Medici e Speziali, quella dei pittori. Più che un maestro di bottega contano gli amici più anziani: Brunelleschi per la prospettiva, Donatello per il peso dei corpi, e dietro di loro Giotto.
Contesto storico
Lavora nella Firenze repubblicana degli anni della guerra con Milano. Per pagarla, nel 1427 il Comune introduce il catasto, la dichiarazione dei beni: è grazie a quella che conosciamo i suoi debiti. Il suo committente più importante, il mercante di seta Felice Brancacci, cade in disgrazia per le sue simpatie contro i Medici e nel 1436 viene esiliato, e la cappella resta incompiuta per mezzo secolo.
Committenze
Nel 1422 il Trittico di San Giovenale, per la chiesa di San Giovenale a Cascia di Reggello. Con Masolino la Sant'Anna Metterza e, dal 1424-25, gli affreschi della cappella di Felice Brancacci al Carmine, che Filippino Lippi completerà negli anni Ottanta. Nel 1426 il polittico per la cappella del notaio Giuliano di Colino nel Carmine di Pisa, pagato a rate. Verso il 1427 la Trinità in Santa Maria Novella.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Tommaso di Cristoforo Fini (Masolino da Panicale) · Panicale, verso il 1383
Vita e condizioni
Tommaso di Cristoforo Fini, detto Masolino, compare nei documenti solo nel 1422, quando prende casa a Firenze; nel gennaio 1423 si iscrive all'Arte dei Medici e Speziali, un anno dopo Masaccio. È un pittore che viaggia: nel settembre 1425 lascia il cantiere della Brancacci e parte per l'Ungheria al seguito del condottiero Pippo Spano, verso il 1428 è a Roma, dopo il 1435 lavora in Lombardia, a Castiglione Olona. Muore con ogni probabilità a Firenze, verso il 1440.
Formazione
Non documentata. Con ogni probabilità si forma nella bottega di Gherardo Starnina, e forse da giovane lavora nel cantiere della porta nord del Battistero con Lorenzo Ghiberti, dentro la cultura tardogotica ancora dominante all'inizio del secolo. A lungo considerato il maestro di Masaccio, fu piuttosto il collega più anziano con cui divise due cantieri decisivi.
Contesto storico
Primo Quattrocento fiorentino, negli anni in cui il linguaggio nuovo di Masaccio e Brunelleschi comincia a farsi notare senza avere ancora sostituito l'eleganza del gotico internazionale. La sua carriera fuori Firenze dice quanto quell'eleganza fosse ancora richiesta dalle corti e dai cardinali.
Committenze
Nel 1424 gli affreschi di Santo Stefano a Empoli, di cui restano frammenti. Con Masaccio la Sant'Anna Metterza per Sant'Ambrogio e la cappella di Felice Brancacci al Carmine. A Roma la cappella di Santa Caterina in San Clemente, per il cardinale Branda Castiglioni, e un polittico per Santa Maria Maggiore; poi, per lo stesso cardinale, il Battistero e la Collegiata di Castiglione Olona.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Strumenti collegati
Questo capitolo nella timeline dell'Atlante
Masaccio muore a ventisei anni, lasciando a Firenze un vocabolario nuovo: spazio unificato, volume solido, emozione vera. Ma nello stesso decennio, in un'altra parte d'Europa, altri pittori stanno risolvendo lo stesso problema — la verità del mondo dipinto — con un metodo completamente diverso: non la matematica dello spazio, ma la pazienza infinita del dettaglio. Cosa succede quando la verità non si costruisce con la geometria, ma con l'osservazione?