Nel maggio del 1527 le truppe dell'imperatore saccheggiano Roma, e gli artisti che ci lavoravano scappano dove possono. Uno scultore fiorentino si ferma a Venezia, di passaggio, diretto in Francia. Ci resterà più di quarant'anni, e alla fine della sua vita la piazza più importante della città avrà un aspetto nuovo: arcate, colonne, statue, ordini antichi sovrapposti come nei teatri di Roma. Perché una repubblica di mercanti, costruita sull'acqua e fiera di non somigliare a nessuno, decide di farsi dare la faccia di Roma?

Domanda

Nel maggio del 1527 le truppe dell'imperatore saccheggiano Roma, e gli artisti che ci lavoravano scappano dove possono. Uno scultore fiorentino si ferma a Venezia, di passaggio, diretto in Francia. Ci resterà più di quarant'anni, e alla fine della sua vita la piazza più importante della città avrà un aspetto nuovo: arcate, colonne, statue, ordini antichi sovrapposti come nei teatri di Roma. Perché una repubblica di mercanti, costruita sull'acqua e fiera di non somigliare a nessuno, decide di farsi dare la faccia di Roma?

Libreria Marciana

Zecca di Venezia

Zecca di Venezia

Jacopo Sansovino · 1537-1545

Loggetta del Sansovino

Loggetta del Sansovino

Jacopo Sansovino · 1537-1549

Marte e Nettuno (Scala dei Giganti)

Marte e Nettuno (Scala dei Giganti)

Jacopo Sansovino · 1554-1567

La piazza prima di Sansovino

La piazza prima di Sansovino

Foto d'epoca del crollo del campanile

Com'era e dov'era

Foto d'epoca del crollo del campanile

Com'era e dov'era

Sansovino: Venezia nuova Roma

Dopo il Sacco del 1527 uno scultore fiorentino rifà piazza San Marco come un foro antico

atlantedellarte.it/didattica/periodi/capitolo.php?slug=sansovino-piazza

Nel maggio del 1527 le truppe dell'imperatore saccheggiano Roma, e gli artisti che ci lavoravano scappano dove possono. Uno scultore fiorentino si ferma a Venezia, di passaggio, diretto in Francia. Ci resterà più di quarant'anni, e alla fine della sua vita la piazza più importante della città avrà un aspetto nuovo: arcate, colonne, statue, ordini antichi sovrapposti come nei teatri di Roma. Perché una repubblica di mercanti, costruita sull'acqua e fiera di non somigliare a nessuno, decide di farsi dare la faccia di Roma?

Libreria Marciana

Libreria Marciana

Jacopo Sansovino · 1537-1588

architettura — Venezia

Una facciata lunghissima, tutta di pietra bianca, fatta di arcate che si ripetono uguali. Contale in orizzontale e poi guarda come sono sovrapposte: sotto, arcate su pilastri con mezze colonne doriche; sopra, arcate più alte e più ricche, con colonne ioniche e colonnine più piccole ai lati di ogni finestra. È lo stesso schema dei teatri e degli anfiteatri romani, un ordine sopra l'altro. Poi sali ancora: un fregio altissimo, pieno di putti e di festoni, con piccole finestre ovali; e sulla cima una balaustra con una statua sopra ogni colonna, fino agli obelischi degli angoli. Non c'è un centimetro di muro lasciato liscio. A Venezia, di fronte al Palazzo Ducale, un edificio così non si era mai visto: è la biblioteca pubblica della Repubblica, e il suo ornamento dice che il sapere, qui, è una questione di Stato.

Jacopo Tatti nasce a Firenze nel 1486 e prende il nome dal suo maestro, lo scultore Andrea Sansovino. Lavora a Roma per vent'anni, studiando e restaurando statue antiche, e quando nel 1527 il Sacco disperde la corte papale fugge a Venezia. Due anni dopo è proto di San Marco, cioè l'architetto dei procuratori che amministrano la basilica e gli edifici intorno alla piazza: il posto giusto per cambiare la faccia della città.

Anche il momento è quello giusto. Venezia esce da una crisi che l'ha quasi cancellata: nel 1509, ad Agnadello, gli eserciti della lega di Cambrai l'hanno sconfitta e le hanno tolto per qualche anno quasi tutta la terraferma. Il doge Andrea Gritti, eletto nel 1523, vuole che la città torni a mostrarsi come una potenza, e sceglie un linguaggio preciso, quello di Roma antica. Adesso che Roma è stata saccheggiata dall'imperatore, Venezia può presentarsi come la sua vera erede: una repubblica libera, antica e mai conquistata. Sansovino è l'uomo che mette in pietra questa idea.

Fino a quel momento il cuore di Venezia parlava soprattutto bizantino e gotico — la basilica d'oro, il Palazzo Ducale traforato come un merletto — e intorno era ingombra di botteghe, osterie e banchi. Anche il Rinascimento veneziano del Quattrocento aveva preso un'altra strada rispetto a Firenze: facciate rivestite di marmi colorati e superfici preziose, più vicine a un gioiello che a un tempio. Sansovino porta invece l'architettura romana della sua giovinezza: gli ordini sovrapposti, le arcate, le chiavi di volta scolpite, le statue in cima.

L'impresa più ambiziosa è la Libreria. Nel 1537 si decide di costruire, di fronte al Palazzo Ducale, una sede per i manoscritti greci e latini che il cardinale Bessarione aveva lasciato alla Repubblica settant'anni prima. Sansovino disegna una facciata a due piani di arcate, dorico sotto e ionico sopra, e la carica di ornamento; Palladio la chiamerà forse il più ricco e ornato edificio fatto dagli antichi in poi. Non tutto andò liscio: nel 1545 una volta crollò durante i lavori, e Sansovino finì in prigione. Lo tirarono fuori i suoi amici più potenti, il pittore Tiziano e lo scrittore Pietro Aretino, arrivato a Venezia anche lui nel 1527.

La cosa più interessante, però, si vede mettendo i suoi edifici uno accanto all'altro. La lingua è sempre la stessa, quella degli ordini antichi, ma ogni edificio la parla con il tono di quello che deve dire. La Zecca, dove si conia l'oro della Repubblica, è pesante e rustica come una fortezza. La Libreria, che custodisce il sapere davanti al palazzo del governo, è festosa e piena di ornamenti. La Loggetta, ai piedi del campanile, è un piccolo arco trionfale di marmi colorati. Vitruvio chiamava questa qualità decoro: la convenienza fra l'aspetto di un edificio e la sua funzione. Sansovino la applica a una piazza intera.

L'ultima grande opera è di nuovo una scultura: due statue colossali, Marte e Nettuno, in cima alla scala dove il doge veniva incoronato. Quando Sansovino muore, nel 1570, il centro di Venezia è una scena su cui ogni edificio recita la propria parte davanti alla basilica e al palazzo, e la città ha la faccia di Roma che voleva. La lezione non va perduta: Palladio, che a Venezia lavora già da qualche anno — nel 1564 gli hanno affidato la facciata di San Francesco della Vigna, una chiesa di Sansovino —, la conosce benissimo.

Approfondimenti

↗

tempera su tela, 373 x 745 cm — Gallerie dell'Accademia, Venezia

La Processione di Gentile Bellini, dipinta nel 1496, è il documento più fedele di com'era la piazza prima di Sansovino. A sinistra si vedono le vecchie Procuratie, un edificio lungo e basso che dopo un incendio del 1512 sarà ricostruito più alto. Intorno al campanile e verso il mare si addossavano botteghe, osterie e banchi di ogni genere, che Sansovino sgombera un po' alla volta.

La Libreria viene tenuta staccata dal campanile, che per la prima volta resta isolato, come una colonna al centro della scena; la piazzetta si allarga fino all'acqua, e la biblioteca e il Palazzo Ducale si guardano da una parte e dall'altra come due quinte. È una delle prime volte in cui un architetto ragiona non soltanto su un edificio, ma su uno spazio pubblico intero, calcolando che cosa si vede da dove; e il disegno cresce un pezzo alla volta, fra progetti distinti e ripensamenti, come il piano in più che la Zecca riceve nel 1558.

Foto d'epoca del crollo del campanile

La mattina del 14 luglio 1902 il campanile di San Marco, che da giorni mostrava una crepa, si accasciò su se stesso in pochi secondi. Non morì nessuno — si racconta che l'unica vittima fu il gatto del custode — ma la Loggetta, schiacciata dalle macerie, andò in pezzi. Il Comune decise la sera stessa di ricostruire tutto «com'era e dov'era», e la formula è rimasta: la si cita ancora ogni volta che un monumento distrutto va rifatto. Il campanile nuovo fu inaugurato il 25 aprile 1912, giorno di San Marco. La Loggetta fu ricomposta raccogliendo fra le macerie i pezzi originali, i bronzi e i rilievi, e integrando quello che mancava. Quella che vediamo oggi è quindi in parte un originale e in parte una ricostruzione, e la domanda su quale delle due cose conti di più è ancora aperta.

Chi era

↗

Firenze, 2 luglio 1486

Vita e condizioni

Si chiama Jacopo Tatti; prende il nome d'arte dal suo maestro, Andrea Sansovino. Divide la giovinezza fra Firenze e Roma. Nel maggio del 1527, con il Sacco di Roma, fugge a Venezia con l'idea di passare in Francia, e ci resta per quarantatré anni. Nel 1545 la volta della Libreria appena costruita crolla: finisce per qualche giorno in prigione e deve pagare i danni di tasca sua, e ne esce grazie agli amici. È amico stretto di Tiziano e dell'Aretino. Suo figlio Francesco scriverà la prima guida di Venezia. Muore a Venezia il 27 novembre 1570.

Formazione

Da ragazzo nella bottega di Andrea Sansovino a Firenze. Nel 1505 va a Roma, dove vive in casa di Giuliano da Sangallo, restaura statue antiche e disegna le rovine; per un concorso voluto da Bramante fa una copia in cera del Laocoonte appena scoperto, e Raffaello la giudica la migliore.

Contesto storico

Venezia dopo la sconfitta di Agnadello (1509) e dopo il Sacco di Roma (1527): la Repubblica si presenta come l'erede di Roma, libera e intatta, e il doge Andrea Gritti vuole dare alla piazza di San Marco la forma di un foro antico. Sansovino arriva nel momento esatto in cui serve un architetto che conosca Roma.

Committenze

A Roma la Madonna del Parto in Sant'Agostino e il progetto per San Giovanni dei Fiorentini; a Firenze il Bacco, oggi al Bargello. A Venezia, nominato nel 1529 proto dei Procuratori di San Marco, costruisce la Zecca (1536-1547), la Libreria (dal 1537, finita da Scamozzi) e la Loggetta ai piedi del campanile (1537-1549); per la famiglia Corner il palazzo della Ca' Granda sul Canal Grande; per il Palazzo Ducale i giganti di Marte e Nettuno sulla Scala dei Giganti (1554-1567).

Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗

Strumenti collegati

Questo capitolo nella timeline dell'Atlante

Sansovino dà a ogni edificio della piazza una parte da recitare, e fa del centro di Venezia una scena per lo Stato. Negli stessi decenni, a pochi passi, due pittori veneziani portano il teatro dentro i quadri sacri, e dipingono l'Ultima Cena come si allestisce uno spettacolo. Ma dove mettono chi guarda: sul palco, in mezzo agli attori, o seduto in platea?

admin