Nel Quattrocento il mestiere dell'arte si impara in un modo solo: si entra ragazzini in una bottega, si macinano i colori, si guarda il maestro lavorare, si copia, e a un certo punto ti lasciano dipingere un pezzo. Chi scrive le regole di quel mestiere, invece, in una bottega non è mai entrato: è un giurista, un uomo di curia, e mette per iscritto come si costruisce uno spazio dipinto senza essere un pittore di mestiere. Può un uomo così dettare legge a pittori e architetti? E che cosa succede a quelle regole quando, da parole scritte, devono diventare un edificio vero?

Domanda

Nel Quattrocento il mestiere dell'arte si impara in un modo solo: si entra ragazzini in una bottega, si macinano i colori, si guarda il maestro lavorare, si copia, e a un certo punto ti lasciano dipingere un pezzo. Chi scrive le regole di quel mestiere, invece, in una bottega non è mai entrato: è un giurista, un uomo di curia, e mette per iscritto come si costruisce uno spazio dipinto senza essere un pittore di mestiere. Può un uomo così dettare legge a pittori e architetti? E che cosa succede a quelle regole quando, da parole scritte, devono diventare un edificio vero?

Palazzo Rucellai

Facciata di Santa Maria Novella

Facciata di Santa Maria Novella

Leon Battista Alberti · 1452-1470 circa

Tempietto del Santo Sepolcro

Tempietto del Santo Sepolcro

Leon Battista Alberti · 1457 circa - 1467

Tempio Malatestiano

Tempio Malatestiano

Leon Battista Alberti · dal 1450 ca.

Basilica di Sant'Andrea

Basilica di Sant'Andrea

Leon Battista Alberti · dal 1472

L'occhio alato e il Quid tum?: quanto è «universale» l'uomo universale?

L'occhio alato e il Quid tum?: quanto è «universale» l'uomo universale?

Matteo de’ Pasti, medaglia di Leon Battista Alberti, rovescio, 1446-1450 circa: l’occhio alato dentro una corona d’alloro, con il motto QUID TUM. Bronzo, National Gallery of Art, Washington

L'occhio alato e il Quid tum?: quanto è «universale» l'uomo universale?

Matteo de’ Pasti, medaglia di Leon Battista Alberti, rovescio, 1446-1450 circa: l’occhio alato dentro una corona d’alloro, con il motto QUID TUM. Bronzo, National Gallery of Art, Washington

L'occhio alato e il Quid tum?: quanto è «universale» l'uomo universale?

Verso

Chi firma un edificio? Ideazione ed esecuzione

Verso

Chi firma un edificio? Ideazione ed esecuzione

Leon Battista Alberti

Dalla teoria alla pietra

atlantedellarte.it/didattica/periodi/capitolo.php?slug=alberti

Nel Quattrocento il mestiere dell'arte si impara in un modo solo: si entra ragazzini in una bottega, si macinano i colori, si guarda il maestro lavorare, si copia, e a un certo punto ti lasciano dipingere un pezzo. Chi scrive le regole di quel mestiere, invece, in una bottega non è mai entrato: è un giurista, un uomo di curia, e mette per iscritto come si costruisce uno spazio dipinto senza essere un pittore di mestiere. Può un uomo così dettare legge a pittori e architetti? E che cosa succede a quelle regole quando, da parole scritte, devono diventare un edificio vero?

Palazzo Rucellai

Palazzo Rucellai

Leon Battista Alberti · c. 1450-1465

architettura — Firenze

Guardate la facciata piano per piano: a ogni livello corrisponde un ordine architettonico diverso, reso con lesene piatte — sottili paraste che imitano le colonne senza sporgere. È lo stesso principio con cui gli antichi avevano impilato gli ordini sui piani del Colosseo, qui portato per la prima volta sulla casa di un privato. È anche il caso più limpido di ordine applicato che incontrerete: la lesena ha la forma di una colonna, la posizione di una colonna e il capitello di una colonna, ma è spessa pochi centimetri e non porta nulla. Il muro regge, il disegno spiega. Notate anche il bugnato: non è più la pietra grezza e sporgente dei palazzi-fortezza medievali, ma una superficie regolare, disegnata, quasi levigata. Il disegno è di Alberti; a costruirlo materialmente fu Bernardo Rossellino.

Quell'uomo è Leon Battista Alberti, e la sua è una figura nuova: non esce da nessuna bottega, non ha imparato a battere il bronzo o a macinare i colori. Viene dall'umanesimo — è giurista, matematico, uomo di lettere e di curia — ed entra nell'arte dalla porta della teoria. Nasce a Genova nel 1404, figlio illegittimo di una famiglia di mercanti fiorentini esiliati; torna a contatto con Firenze da adulto, quando nel 1434 la curia di papa Eugenio IV, in fuga da Roma, si stabilisce in città al seguito del pontefice — e Alberti vi lavora come abbreviatore apostolico. La corte papale resta a lungo, anche per il concilio ecumenico trasferito da Ferrara a Firenze nel 1439: è al seguito di quella curia che Alberti si trova immerso nell'ambiente di Brunelleschi e Donatello proprio negli anni della cupola.

Il primo dei suoi trattati sulle arti è il De pictura, scritto in latino nel 1435 e l'anno dopo tradotto da lui stesso in volgare, con una dedica a Brunelleschi che è insieme omaggio e dichiarazione di appartenenza: nel prologo Alberti nomina Brunelleschi, Donatello, Masaccio, Ghiberti e Luca della Robbia come i protagonisti della nuova arte. Il trattato dà forma teorica a ciò che quei maestri avevano fatto per pratica: fissa la costruzione legittima — il metodo razionale per disegnare lo spazio in prospettiva — definisce l'istoria come fine più alto della pittura, e parla di decoro e di moti dell'animo, cioè di come i gesti e i volti debbano esprimere gli stati interiori. Con il De pictura la pittura non è più soltanto un mestiere manuale: rivendica la dignità di arte liberale, fondata sulla geometria e sulla retorica. E Alberti, nel trattato, chiede di essere letto non come un matematico ma come un pittore: non vuole sostituire la bottega con le formule, vuole capire perché le soluzioni degli artisti funzionano e renderle insegnabili. La costruzione legittima che Alberti codifica è l'antenata diretta della prospettiva che si disegna ancora oggi.

Poi viene la scultura, con il De statua, dove le proporzioni del corpo umano diventano misure da prendere con strumenti precisi. Il trattato più ampio, il De re aedificatoria, è dedicato all'architettura e Alberti lo presenta intorno al 1452 a papa Niccolò V. È modellato sull'unico trattato antico superstite, quello di Vitruvio, ma riscritto in una lingua e in un ordine nuovi. Al suo centro c'è un'idea di bellezza precisa: la concinnitas, l'armonia per cui in un edificio nulla si può aggiungere o togliere senza guastarlo. Da qui deriva anche una definizione nuova del mestiere: l'architetto non è il capomastro che alza i muri, ma l'intellettuale che concepisce il progetto — chi disegna, non chi costruisce. Stampato a Firenze nel 1485, sarà il primo trattato di architettura dato alle stampe, di poco anteriore alla prima edizione a stampa dello stesso Vitruvio.

Le regole scritte diventano poi edificio, e uno dei primi banchi di prova è una casa privata. Per il mercante Giovanni Rucellai, Alberti idea la facciata del suo palazzo fiorentino applicandovi qualcosa che nell'edilizia domestica non si era mai visto: i tre ordini architettonici antichi — sovrapposti in lesene piatte, un ordine per piano — come li aveva impilati il Colosseo. Il linguaggio monumentale di Roma, riservato ai templi e agli anfiteatri, entra così sulla facciata di un privato. È anche l'occasione per distinguere due ruoli che tendiamo a confondere: il progetto della facciata è generalmente attribuito ad Alberti, mentre la costruzione si deve con ogni probabilità a Bernardo Rossellino, che traduce il disegno in pietra.

Sempre per Giovanni Rucellai, Alberti affronta un problema più difficile: dare una veste all'antica alla facciata di Santa Maria Novella, una chiesa medievale già in parte costruita, con la fascia inferiore gotica dei suoi sepolcri ad arco che lui non può cancellare. La sua soluzione non demolisce, ma traduce. Interviene sulla parte alta e sul portale, e risolve lo scarto di altezza tra la navata centrale e le laterali con due grandi volute a ricciolo — un raccordo elegante che diventerà un modello per secoli. Tutta la facciata è governata da rapporti proporzionali semplici, riconducibili al quadrato: è la concinnitas del trattato applicata alla pietra. Sul fregio corre il nome del committente e la data, 1470, che ne segna il completamento.

Sul palazzo e sulla chiesa torna anche un segno che non viene dall'antico: una vela gonfiata dal vento, con le sartie che le corrono intorno. È l'impresa personale di Giovanni Rucellai, distinta dallo stemma di famiglia: un'immagine della Fortuna, a cui un mercante affida ogni giorno una parte dei propri affari. Alberti non la appende alla facciata come un'insegna. La fa entrare nei fregi, la ripete a intervalli regolari, ne fa una parte del ritmo dell'architettura: il segno dice chi ha pagato l'edificio e intanto lo decora. Sul palazzo, accanto alla vela, compare anche l'anello con le piume dei Medici, la famiglia a cui i Rucellai si legano con un matrimonio nel 1466; e la stessa vela tornerà sul sepolcro che Giovanni si fa costruire in San Pancrazio. Possiamo pensarlo come qualcosa di vicino a un marchio: lo stesso segno, adattato a edifici diversi — una casa, una chiesa, una tomba — rende riconoscibile nella città la presenza di un solo uomo.

A Rimini il compito è analogo ma il modello antico cambia. Per rivestire all'antica la vecchia chiesa gotica di San Francesco — l'opera è nota come Tempio Malatestiano, dal nome del signore che la commissiona, Sigismondo Pandolfo Malatesta — Alberti guarda a un monumento romano che aveva sotto gli occhi in quella stessa città: l'Arco d'Augusto. La facciata nasce come un arco di trionfo antico applicato a una chiesa, un involucro nuovo che avvolge la costruzione medievale. L'opera resta incompiuta: la grande cupola prevista non fu mai costruita, e la conosciamo soltanto perché una medaglia coniata da Matteo de' Pasti ne fissa il progetto. Anche qui Alberti fornisce l'idea; il cantiere e le decorazioni sono di altri — Matteo de' Pasti sul posto, Agostino di Duccio per le sculture dell'interno. Lui segue i lavori da Roma, per lettera: in una a Matteo de' Pasti lo avverte che a cambiare le misure dei pilastri «si discorda tutta quella musica».

L'ultima opera è anche la sintesi di tutto. A Mantova, per il signore Ludovico Gonzaga, Alberti progetta nel 1470 la basilica di Sant'Andrea. La facciata fonde due modelli romani in uno: il fronte di un tempio e l'arco di trionfo.

Ma la vera rivoluzione è dentro: niente più file di colonne come nelle basiliche tradizionali, ma un'unica grande navata coperta da una colossale volta a botte, con ai lati cappelle scavate nello spessore del muro, alternate a piloni massicci. È il ritorno alla spazialità dell'architettura romana antica — quella delle terme e della basilica di Massenzio — che Alberti aveva studiato a Roma. Progettata nel 1470, la chiesa fu iniziata solo nel 1472, pochi mesi dopo la morte di Alberti: è, letteralmente, il suo edificio-testamento, portato avanti da altri per generazioni.

Alberti chiude così un cerchio. Brunelleschi aveva trovato la prospettiva sperimentando, Masaccio l'aveva portata nella pittura, Donatello nella scultura; lui cerca che cosa abbiano in comune quelle conquiste, e dà alla pittura una grammatica scritta e all'architettura un vocabolario tratto dall'antico. Le regole però non fanno uno stile solo: Uccello, Lippi e Castagno, negli stessi anni, le usano in modi che non si somigliano affatto. Ma un trattato e un disegno, da soli, non alzano un muro né stendono un affresco. Perché quelle idee diventino pietra e colore servono mani, squadre, imprese organizzate: le botteghe e i cantieri del Rinascimento.

architettura — Mantova

Approfondimenti

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bronzo, 20,1 x 13,6 cm — National Gallery of Art (Washington)

Matteo de’ Pasti, medaglia di Leon Battista Alberti, rovescio, 1446-1450 circa: l’occhio alato dentro una corona d’alloro, con il motto QUID TUM. Bronzo, National Gallery of Art, Washington

Alberti scelse per sé un emblema personale: un occhio alato. Lo si trova sulla placchetta di bronzo con il suo autoritratto che vedete qui, e torna sul rovescio della medaglia che gli dedica Matteo de' Pasti, accompagnato dal motto latino Quid tum? — «e poi?», «che cosa dunque?». È un'immagine enigmatica, letta di volta in volta come simbolo della vigilanza intellettuale, dell'occhio di Dio o della gloria. Intorno alla sua figura si è formata nei secoli l'immagine dell'uomo universale, capace di ogni disciplina e di ogni impresa fisica. L'emblema e i trattati sono documentati; molti aneddoti sulle sue prove di forza — che saltasse a piè pari sopra le spalle di un uomo, che domasse cavalli selvaggi, che lanciasse una moneta fino alla volta del duomo — provengono da una Vita anonima a lungo attribuita a lui stesso, e vanno trattati come tradizione letteraria, non come biografia certa. L'etichetta stessa di «uomo universale» gliel'ha data l'Ottocento, con lo storico svizzero Jacob Burckhardt.

Giovanni Rucellai è un mercante e banchiere fiorentino: commercia in lana, investe denaro, coltiva interessi umanistici. Ma la ricchezza non gli garantisce il potere. Ha sposato una figlia di Palla Strozzi, il grande avversario dei Medici, e quando nel 1434 Cosimo de' Medici torna a Firenze e Palla viene esiliato, Giovanni resta per decenni escluso dalle cariche pubbliche. Costruire diventa anche un modo per affermare nella città il prestigio che la politica gli nega. Il riavvicinamento passa attraverso un matrimonio: nel 1466 suo figlio Bernardo sposa Nannina de' Medici, sorella di Lorenzo il Magnifico.

E la Fortuna della sua vela? Non soffia sempre nella direzione giusta: nel 1474 Giovanni perde una somma enorme, ventimila fiorini, in un dissesto che travolge la sua banca. Conserva però il prestigio raggiunto, e l'anno seguente è gonfaloniere di Giustizia, la carica più alta della Repubblica. Muore nel 1481 e viene sepolto nel Santo Sepolcro che si era fatto costruire su disegno di Alberti, in San Pancrazio. Il palazzo, la facciata della chiesa e il sepolcro danno una forma durevole al suo nome, oltre le oscillazioni degli affari e della politica.

Una ricostruzione animata, realizzata per la mostra fiorentina su Alberti del 2006, scompone la facciata di Santa Maria Novella e la ricompone pezzo per pezzo. Guardatela cercando due cose: gli elementi ripresi dall'architettura antica e le proporzioni che li mettono in relazione. Il classicismo di Alberti si riconosce nelle colonne, nella trabeazione e nel timpano, ma anche nel modo in cui ogni parte trova una misura rispetto alle altre. Ricordate poi che una parte della facciata esisteva già: il progetto deve dare un ordine comune a pezzi costruiti in epoche diverse. Alla fine tornate alla fotografia: riuscite ancora a vedere, dentro la superficie di marmo, il disegno che la organizza?

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bronzo, diametro 4 cm — Bowdoin College Museum of Art (Brunswick, Maine)

Verso

In tutte le opere architettoniche di questo capitolo Alberti compare come autore — ma non ha mai posato una pietra. Il Palazzo Rucellai lo costruì Bernardo Rossellino; al Tempio Malatestiano lavorarono Matteo de' Pasti e Agostino di Duccio, e del progetto intero resta solo la medaglia di fondazione che vedete qui, fusa da Matteo, con la cupola che nessuno costruì; Sant'Andrea fu portata avanti per generazioni dopo la sua morte. Questo pone una domanda che vale per gran parte dell'architettura: di chi è l'opera? La risposta del Rinascimento, che Alberti stesso teorizza nel suo trattato, è netta: l'autore è chi concepisce il progetto, l'ideatore, non chi lo esegue. È una distinzione che cambia il modo stesso di attribuire le opere — e che spiega perché, per un edificio, possiamo dover registrare più nomi con ruoli diversi: il progettista, il costruttore, lo scultore.

Chi era

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Genova, 14 febbraio 1404

Vita e condizioni

Figlio illegittimo di Lorenzo Alberti, di una famiglia di mercanti fiorentini esiliata, cresce fra Genova, Venezia e Padova. Studia lettere a Padova e diritto a Bologna. Nel 1432 entra alla curia papale come abbreviatore, cioè redattore di documenti, e resta al servizio dei papi tutta la vita, seguendoli anche a Firenze. Letterato, matematico, architetto: una biografia anonima racconta che saltava a piè pari un uomo in piedi e domava i cavalli più selvaggi. Muore a Roma nell'aprile del 1472.

Formazione

Umanistica: latino, greco, diritto, matematica. Nell'architettura è un autodidatta che studia le rovine di Roma con il metro in mano. A Firenze, nel 1434, scopre Brunelleschi, Donatello e Masaccio, e scrive per loro.

Contesto storico

La Firenze e la Roma della prima metà del Quattrocento, dove gli umanisti riscoprono i testi antichi e cercano di rifondare su di essi le arti. Per la prima volta un intellettuale scrive di pittura e di architettura come di discipline che si possono insegnare con regole.

Committenze

Il De pictura (1435), la prima teoria della prospettiva, dedicato nella versione italiana a Brunelleschi; il De re aedificatoria, un trattato di architettura in dieci libri. Per Sigismondo Malatesta il Tempio Malatestiano di Rimini; per Giovanni Rucellai il palazzo di famiglia e la facciata di Santa Maria Novella a Firenze; per Ludovico Gonzaga San Sebastiano e Sant'Andrea a Mantova.

Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗

Strumenti collegati

Questo capitolo nella timeline dell'Atlante

Ogni edificio di Alberti porta sopra un nome. A Firenze quello di un mercante, Giovanni Rucellai, scritto a lettere romane sulla facciata di Santa Maria Novella; a Rimini quello di un condottiero, Sigismondo Malatesta, che trasforma una chiesa francescana nel proprio mausoleo; a Mantova quello dei Gonzaga. Perché un uomo che ha preso il potere con le armi spende tanto per avere accanto un umanista?

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