Fattori, Lega, Signorini, Borrani, Abbati, Sernesi: chi la guerra l'ha fatta la dipinge senza eroi
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Un gruppo di pittori toscani combatte le guerre d'indipendenza, e poi, invece dell'impresa, dipinge questo: una battaglia guardata quando è già finita, dei soldati di spalle, una ragazza sola in una stanza che cuce una bandiera, tre donne intorno a un pianoforte, un mucchio di marmi in un chiostro al sole. Nessuna carica, nessun eroe. Che cosa cercano, in un paese che è appena nato e che deve ancora farsi — e perché lo cercano in una giornata qualunque?
Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta
olio su tela, 232 x 348 cm — Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti (Firenze)
Il titolo promette una battaglia, e la battaglia c'è: guarda l'orizzonte, quella striscia grigia lunga e bassa è il fumo, con i campanili di Magenta dentro. Solo che è lontanissima, e non si distingue niente. Tutto quello che è grande e vicino sta da un'altra parte. A sinistra un carro-ambulanza con il telone bianco: dentro c'è un ferito disteso, e due suore lo assistono, una seduta accanto a lui e l'altra in piedi vicino al carro, con il braccio alzato. Al centro gli ufficiali a cavallo, fermi; quello sul cavallo bianco è di spalle e guarda dove guardiamo noi. A destra i soldati aspettano in piedi, con un tamburino in prima fila. In primo piano, per terra, un berretto perduto, dei rami secchi, il terreno calpestato. Al concorso bandito da Bettino Ricasoli alla fine del 1859 per le battaglie della guerra appena combattuta Fattori presentò due bozzetti, uno con il combattimento e uno con l'ambulanza, e la commissione scelse questo; la tela, larga quasi tre metri e mezzo, fu consegnata nel 1862. Il concorso chiedeva battaglie, e a vincere fu quello che viene dopo.
26 aprile 1859
olio su tela, 75 x 58 cm
Il titolo è una data: il 26 aprile 1859 è la vigilia del giorno in cui Firenze scende in piazza e il granduca Leopoldo II lascia la città, per non tornare più. Questo è il quadro che Borrani ne fa, due anni dopo. Una stanza buia, una finestra aperta su un tetto di coppi, la luce che entra da lì e non da nessun'altra parte. Una ragazza seduta, sola, che cuce. Guarda che cosa ha in grembo: una grande stoffa rossa. Sul tavolino accanto, il bianco e il verde. Sta cucendo una bandiera tricolore per la manifestazione dell'indomani, e sotto il granduca il tricolore è un simbolo vietato. Tutto il resto è silenzio: la sedia con lo schienale intagliato e dorato, gli attrezzi da cucito sul tavolo, il pavimento di cotto. Il gesto politico più rischioso della giornata è un lavoro d'ago fatto in casa da una donna, e Borrani lo dipinge come si dipingerebbe una scena domestica qualunque.
Chiostro di Santa Croce
olio su cartone, 19.3 x 25.2 cm — Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti (Firenze)
Guarda il quadro senza il titolo e prova a dire che cosa vedi: una fila di blocchi, quasi tutti bianchi e qualcuno scuro, una fascia nera sopra, due strisce verticali chiare, una striscia di terra gialla e un po' d'erba in basso. Sembra quasi un esercizio astratto, e ha più di centosessant'anni. Il titolo dice chiostro di Santa Croce, e allora capisci: la fascia nera è l'ombra del loggiato, le strisce chiare sono due colonne, i blocchi sono marmi accatastati che prendono il sole, pietre del cantiere aperto in quegli anni nella basilica. Cerca poi, in alto a sinistra, contro il nero, la macchia verde di un berretto: c'è un uomo seduto sul muretto, e lo vedi solo perché il berretto è verde. Abbati non dipinge l'architettura — non c'è un arco, non c'è una volta, non c'è un punto di fuga. Dipinge la differenza fra una zona in luce e una zona in ombra, e scopre che basta quella a fare un quadro.
Tetti al sole
olio su cartone, 12,3 x 19 cm — Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea (GNAM)
Un cartoncino di dodici centimetri per diciannove, e non c'è dentro nessuno. Tetti, muri, un comignolo, un pezzo di cielo azzurro con una nuvola bianca. Nient'altro. Ma guarda come sono trattate le case: sono volumi netti, quadrati e trapezi di ocra, di bianco e di grigio, incastrati uno nell'altro senza nessun dettaglio — niente tegole contate, niente cornici, le finestre ridotte a qualche tacca scura. Sernesi riduce un paese a una serie di piani di colore, e li tiene insieme con il taglio netto delle ombre. Lo dipinge verso il 1861, a ventidue anni. Ne vivrà altri cinque: nel 1866 parte con i volontari di Garibaldi, è ferito in Trentino e muore prigioniero degli austriaci.
Il canto dello stornello
olio su tela, 158 x 98 cm — Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti (Firenze)
Il soggetto è un pomeriggio in casa: tre giovani donne intorno a un pianoforte, una suona leggendo lo spartito, le altre due cantano in piedi dietro di lei; fuori dalla finestra la campagna, le colline, i cipressi. Lo stornello nasce come canto di contadini toscani, e nell'Ottocento entra nei salotti: lo spartito sul leggio, grande com'è, potrebbe essere di Luigi Gordigiani, che di stornelli per voce e pianoforte ne scrisse a decine. Qui lo cantano tre signorine in casa. Ma guarda come è tenuto insieme. La luce entra dalla finestra, netta, e prende in pieno le mani di chi suona e la camicetta bianca di chi canta. La verticale dello stipite e l'orizzontale del davanzale fanno da squadra a tutto il resto, la tenda a fiori scende a destra come un panneggio, le tre figure stanno in un triangolo. Il tappeto, invece, non torna: il suo motivo geometrico non scappa all'indietro come dovrebbe, si ribalta quasi verso di noi, e più che misurare la stanza la decora, come i pavimenti a motivi di una tavola gotica. I profili netti, la luce chiara, la costruzione misurata vengono dalla pittura del Quattrocento, che Lega aveva studiato da giovane con i puristi, e la critica ci ha visto Piero della Francesca. Al pianoforte, con ogni probabilità, c'è Virginia Batelli: la sua famiglia, a Piagentina, appena fuori Firenze, tiene Lega in casa come uno di loro, e di Virginia Lega era innamorato. Della sua vita di tutti i giorni fa una pittura solenne.
La sala delle agitate al San Bonifacio
olio su tela, 66 x 59 cm — Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Ca' Pesaro (Venezia)
Due terzi della tela sono una parete bianca e vuota, e questa è la prima cosa da notare: nessun pittore mette tanto vuoto in un quadro se non vuole che il vuoto si veda. Sotto quella parete, a sinistra, lunghi tavoli e panche con una decina di donne: una alza il pugno chiuso, una si copre la faccia, una è accasciata, un'altra sta rannicchiata per terra sotto il tavolo. A destra una porta con la grata e una finestra con l'inferriata; una donna è seduta in terra accanto alla porta. Al centro, in piedi, sola, una donna vestita di scuro cammina verso di noi guardando altrove. È il reparto delle «agitate» del manicomio di San Bonifazio, a Firenze. Nessuna di queste figure è resa mostruosa, nessuna è un tipo comico: sono persone in una stanza, e la stanza è quasi tutta vuota. Degas, che Signorini aveva conosciuto a Firenze nel 1858, questo quadro lo ammirò.
Verso il 1855, in un caffè di via Larga a Firenze — il Michelangiolo — comincia a riunirsi un gruppo di pittori giovani, quasi tutti squattrinati. Vengono da mezza Italia, e parecchi la guerra la fanno davvero: Fattori, negli anni del Quarantotto, distribuisce stampa clandestina, Lega e Borrani partono volontari nel 1859, Abbati perde un occhio al Volturno con i Mille, Sernesi morirà per una ferita presa con Garibaldi in Trentino. Il loro pubblico, per anni, sono loro stessi.
Sono gli anni in cui l'Italia si fa, e la frase che si attribuisce a Massimo d'Azeglio — fatta l'Italia, restano da fare gli italiani — dice bene il problema che questi pittori hanno davanti. La loro risposta, invece di un'allegoria della nazione, è la ricerca di un presente comune, cercato dove pensano che stia davvero. Nella campagna intorno a Firenze, a Piagentina, dove Lega vive in casa della famiglia Batelli; sulla costa livornese, a Castiglioncello, dove dal 1861 li ospita l'amico Diego Martelli, che non dipinge ma capisce quello che fanno meglio di chiunque altro, e lo scrive; in una stanza con una finestra aperta, in un cortile, in una strada di paese. Il soggetto dei Macchiaioli è il quotidiano ritrovato: la vita di tutti i giorni guardata come se meritasse un quadro.
E c'è dentro, fin dall'inizio, una nota di nostalgia. La campagna che dipingono è già una campagna che sta cambiando — arrivano le ferrovie, Firenze diventa per sei anni capitale e comincia a demolirsi e a ricostruirsi, i mestieri si spostano in città. Loro guardano quella ruralità come si guarda una cosa a cui si tiene e che si sta perdendo: senza lamento, ma senza nemmeno l'entusiasmo di chi crede di stare dipingendo il futuro.
Lo strumento è la macchia, e una spinta arriva da Parigi. All'Esposizione universale del 1855, quella in cui Courbet apre il suo padiglione del realismo, alcuni pittori che passano dal caffè — Serafino De Tivoli, il pugliese Saverio Altamura, il napoletano Domenico Morelli — vedono i paesaggisti francesi e tornano parlando di «ton gris». Diego Martelli racconterà che fu Altamura a cominciare, e che tutti lo seguirono aiutandosi con lo specchio nero: uno specchio scuro che spegne i colori della natura e lascia vedere solo l'insieme del chiaro e dello scuro. Che cos'è, di preciso, la macchia? Guardando qualcosa in piena luce, quello che l'occhio riceve per primo non sono le linee di contorno: sono le zone — una chiara, una scura, una intermedia. Mettendo sulla tela quelle zone, con il tono giusto l'una rispetto all'altra e con il confine netto, la cosa c'è, e ha volume e posizione. È un modo di costruire per piani: le loro macchie sono piatte, compatte, con i bordi tagliati, il risultato di un calcolo. Il nome, come al solito, glielo appiccica un critico ostile in un articolo del 1862, e loro se lo tengono.
Li si chiama a volte «impressionisti italiani», ma il loro modo di lavorare è un altro. All'aperto ci vanno davvero, e da lì portano a casa studi; il quadro nasce dopo, in studio, a partire da quegli studi: con l'inquadratura scelta, la prospettiva controllata, le figure spostate finché non stanno dove devono. Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta, il 26 aprile 1859, il canto dello stornello sono composizioni calcolate. Gli ufficiali e i cavalli di Fattori - e persino le loro ombre proiettate su un muro bianco - si dispongono in un chiasmo di bianco e nero talmente raffinato che non può non essere stato costruito a tavolino. Le macchie contrastanti di luce scolpiscono le figure in volumi netti. Gli impressionisti francesi, una dozzina d'anni dopo, faranno una cosa diversa: scomporranno la luce in tocchi separati, sfrangeranno i contorni, trascureranno i volumi e in molti casi il quadro finito sarà proprio quello dipinto davanti al soggetto.
La seconda cosa che li tiene insieme è il formato. Molti dei loro quadri migliori sono tavolette e cartoncini di venti o trenta centimetri, a volte coperchi di scatole da sigari. Su una superficie così piccola non c'è spazio per l'aneddoto: restano solo i rapporti fra le macchie, pesati e corretti finché non tornano. È il loro laboratorio, e anche le tavolette che sembrano fatte in pochi minuti nascono spesso da schizzi e ripensamenti.
Poi c'è la questione del Risorgimento, che di questo quotidiano è il rovescio. Questi uomini la guerra l'hanno fatta, e quando la dipingono ne tolgono sistematicamente l'eroismo. Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta è, per l'appunto, dopo: i feriti sul carro, le suore, gli ufficiali fermi, la battaglia ridotta a una riga di fumo sull'orizzonte. I soldati francesi alle Cascine sono visti da dietro, e non stanno facendo niente. In vedetta è la guerra come attesa in un posto vuoto. E il 26 aprile 1859 di Borrani riduce la vigilia della rivoluzione toscana a una ragazza che cuce un tricolore, da sola, in una stanza.
Mettiamolo accanto a quello che si dipingeva a Milano negli stessi anni. Il Bacio di Hayez è del 1859, l'anno in cui il granduca lascia Firenze: due amanti in costume medievale, un addio, uno slancio, e la politica nascosta sotto il travestimento storico. Il 26 aprile 1859 di Borrani è del 1861, e non traveste niente — ma nemmeno dichiara. Sposta. Prende l'avvenimento pubblico e lo mostra nel punto in cui tocca una vita privata: la stoffa rossa in grembo, la finestra, la luce. È il movimento di tutti questi pittori: la storia grande riportata alla misura di una giornata.
Fuori dalla guerra, la stessa disciplina si applica a tutto. Lega dipinge una stanza con tre ragazze e un pianoforte e le dà la costruzione di una pala d'altare; Sernesi dei tetti; Abbati un mucchio di marmi in un chiostro, ridotto a blocchi bianchi contro il nero; Signorini una strada del centro di Firenze e un reparto di manicomio, con due terzi di parete vuota. Sono soggetti che secondo la gerarchia dei generi non avrebbero nessun titolo per stare in un quadro, e ci stanno benissimo — perché quello che li tiene è la costruzione tonale, e perché a loro quei soggetti importano davvero.
Il gruppo che si tiene insieme per una ventina d'anni comincia a sciogliersi negli anni Settanta e Ottanta. Sernesi è già morto in guerra nel 1866, Abbati di rabbia nel 1868; gli altri si disperdono — chi insegna, chi decora porcellane per vivere, chi passa più tempo fuori Firenze che dentro. Quasi nessuno vende quanto meriterebbe finché è in vita: le loro tavolette, per decenni, vengono scambiate per schizzi preparatori invece che per quadri finiti. Il riconoscimento pieno arriva solo nel Novecento, quando qualcuno si prende la briga di guardarle per quello che sono.
Capita di leggere che i Macchiaioli arrivano a certi risultati di luce prima di Parigi, e in qualche caso è vero. Moderni, però, nel senso che quella parola prenderà di lì a poco, non lo sono ancora: la modernità che sta nascendo in Francia è fatta di città, di folla, di caffè, di merci, di un istante che passa e non torna, mentre qui il centro è la campagna, la casa, la memoria, e un quadro costruito con calma. Non è un ritardo di capacità: è una domanda diversa. In un paese che si era appena fatto e che doveva ancora farsi, la cosa urgente non era registrare la velocità del presente — era trovarne uno da condividere.
Approfondimenti
Il Caffè Michelangiolo
acquerello, 53,5 x 82 cm
Nel novembre del 1862 la Gazzetta del Popolo di Firenze pubblica un articolo sprezzante contro un gruppo di giovani pittori che espongono quadri fatti, dice il cronista, di sole macchie: gente che invece di disegnare butta giù chiazze di colore. Il termine era pensato per liquidarli, e loro se lo presero come nome proprio — succede spesso, e succederà di nuovo dodici anni dopo a Parigi con la parola «impressionisti», nata anche quella da una recensione ostile. Il gruppo si era formato intorno al 1855 nel Caffè Michelangiolo di via Larga, oggi via Cavour: un locale povero, aperto fino a tardi, dove si discuteva di pittura e di politica senza distinguere troppo fra le due cose. Adriano Cecioni, scultore del gruppo e anche caricaturista, ne ha lasciato un acquerello con una serata al caffè, dipinto con ogni probabilità a memoria negli anni in cui il locale chiude; e Signorini, da vecchio, ne scriverà la storia in un libro di ricordi, Caricaturisti e caricaturati al Caffè Michelangiolo, uscito nel 1893. Non ebbero mai uno statuto, un manifesto o una mostra propria. Li tennero insieme una conversazione durata anni, e il fatto che nessuno, fuori da quel tavolo, comprasse i loro quadri.
Ritratto di Diego Martelli (Fattori)
olio su tavola
Non era un pittore: era un giovane possidente colto, con la casa aperta agli amici. Nel 1861 eredita una tenuta a Castiglioncello, sulla costa livornese, e da allora i macchiaioli ci passano le estati: quella campagna — mare basso, pini, terra rossa, luce dura — diventa uno dei loro soggetti principali. Martelli li ospita, li difende sui giornali, litiga con loro, tiene le fila; nel 1867 fonda con Signorini e Cecioni il Gazzettino delle arti del disegno. Il ritratto che gli fa Fattori nell'estate del 1867, la prima che il pittore passa lì, lo mostra così: sdraiato su una sedia pieghevole all'ombra degli alberi, berretto rosso, la pipa in bocca, le gambe allungate e incrociate; accanto, una tavoletta su un cavalletto di ferro, e più in là, al sole, un uomo seduto per terra vicino a un carro rosso. È il ritratto di un padrone di casa, più che di un intellettuale in posa. Martelli è anche fra i primi in Italia a capire che cosa stia succedendo a Parigi: tornato da un anno passato là, fra il 1878 e il 1879, tiene al Circolo filologico di Livorno una conferenza sugli impressionisti, che viene stampata nel 1880.
Ritratto di Diego Martelli (Degas)
olio su tela, 110.4 x 99.8 cm — National Gallery of Scotland, Edimburgo
Edgar Degas, Ritratto di Diego Martelli, 1879, National Gallery of Scotland, Edimburgo
Nel 1879 Martelli è a Parigi, frequenta gli impressionisti, e Degas lo dipinge. Degas conosceva il gruppo da vent'anni: nel 1858, a Firenze, aveva conosciuto Signorini e i pittori del Caffè Michelangiolo. Questo ritratto va messo accanto a quello di Fattori: è lo stesso uomo e sono due mondi. Degas lo guarda dall'alto, come se fosse in piedi davanti a lui: il pavimento si ribalta verso di noi, il divano blu e il tavolo carico di carte sono tagliati dal bordo del quadro, le pantofole rosse sono buttate per terra in un angolo. Martelli è seduto su uno sgabellino pieghevole troppo piccolo per lui, con le braccia conserte e il corpo compresso in una specie di piramide instabile. Fattori lo aveva disteso al sole di Castiglioncello in un quadro fatto di due o tre grandi zone; Degas lo incastra in un interno visto da un punto di vista impossibile, tutto sbilanciato. Due pitture che hanno capito la stessa cosa — che un ritratto può essere un uomo còlto in un momento qualunque — e che la risolvono con mezzi opposti.
Via Torta
olio su tela, 16,6 x 11,3 cm
Una strada stretta presa in un momento qualunque: le case salgono oltre il bordo del quadro, le persiane sono verdi, un panno bianco è steso a un'asta, un secchio è rimasto nell'angolo. Signorini taglia la strada con una diagonale netta — da una parte l'ombra piena, dall'altra il sole che si allarga sul selciato — e le tre o quattro figurine servono a misurare lo spazio, non a raccontare qualcosa. Via Torta esiste ancora, e fa quella curva strana perché segue il muro dell'anfiteatro romano di Firenze. Nel 1870, quando Signorini la dipinge, questo è il centro popolare della città, e Firenze capitale ha appena cominciato a rifarsi. Di lì a quindici anni un intrico di vicoli come questo, intorno al Mercato Vecchio e all'antico ghetto, verrà raso al suolo per fare posto all'attuale piazza della Repubblica, sotto un arco che celebra il centro della città restituito «da secolare squallore» a vita nuova. Signorini quei vicoli li aveva dipinti e incisi per anni, e i suoi quadri sono oggi fra le poche testimonianze di una parte di città che non esiste più.
Chi erano
Livorno, 6 settembre 1825
Vita e condizioni
A vent'anni lascia Livorno per Firenze. Negli anni del Quarantotto distribuisce stampa clandestina per i democratici, senza arruolarsi. Nel 1860 sposa Settimia Vannucci, con cui viveva da anni; lei muore di tisi nel 1867, a trentun anni, e il ritratto che le aveva fatto verso il 1865 è oggi alla Galleria nazionale d'arte moderna di Roma. Resta povero quasi tutta la vita e si mantiene anche con lezioni private. Si risposa due volte, da vecchio. Muore a Firenze il 30 agosto 1908.
Formazione
A Livorno studia con Giuseppe Baldini; dal 1845 è a Firenze, all'Accademia, allievo di Giuseppe Bezzuoli, e comincia con i quadri di storia. La svolta viene verso il 1859 dall'incontro con il pittore romano Nino Costa, che riconosce la novità delle sue prove dal vero e lo spinge su quella strada. Al Caffè Michelangiolo trova i compagni della macchia.
Contesto storico
Alla fine del 1859 Bettino Ricasoli, a capo del governo provvisorio toscano, bandisce un concorso per le battaglie della guerra appena combattuta: Fattori lo vince, e ne nasce il Campo italiano dopo la battaglia di Magenta, consegnato nel 1862. Continua a dipingere soldati per tutta la vita, anche dopo l'Unità: manovre, vedette, esercitazioni dell'esercito del Regno, senza mai un eroe.
Committenze
Pochi committenti, e pagati poco: il concorso Ricasoli, i premi delle esposizioni, gli amici come Diego Martelli, che dal 1867 lo ospita a Castiglioncello. Dalla primavera del 1882 va alla tenuta della Marsiliana, in Maremma, che gli dà i soggetti degli ultimi vent'anni. Vende a fatica e spesso a poco prezzo.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Pisa, 22 agosto 1833
Vita e condizioni
Figlio di David Borrani, un pittore modesto, fiorentino come la moglie; nel 1840 la famiglia torna a Firenze. Nel 1859 si arruola volontario nell'artiglieria. Nel 1876 apre con Silvestro Lega una galleria in palazzo Spini Feroni per vendere la pittura degli amici, un'impresa che dura poco. Dagli anni Ottanta, in difficoltà economiche, decora porcellane per la manifattura di Doccia, disegna per l'Illustrazione italiana e insegna. Muore a Firenze, a Pian dei Giullari, il 14 settembre 1905.
Formazione
Impara dal padre e dal 1850 frequenta l'Accademia di Firenze con Giuseppe Bezzuoli ed Enrico Pollastrini; fra i suoi maestri c'è anche Gaetano Bianchi, il restauratore che in quegli anni riporta alla luce gli affreschi di Giotto a Santa Croce. I primi quadri sono soggetti storici sul modello della pittura fiorentina antica. Nel 1853 conosce Signorini e Vincenzo Cabianca, e dal 1855 è al Caffè Michelangiolo.
Contesto storico
Vive il Risorgimento come i compagni: volontario nel 1859, due anni dopo porta all'Esposizione nazionale di Firenze, la prima dell'Italia unita, il 26 aprile 1859, che ha successo e viene comprato dal principe di Carignano. Poi la Firenze capitale, e dopo il 1871 il declino della città e del gruppo.
Committenze
Pochi collezionisti privati e le esposizioni della Promotrice; il 26 aprile 1859 entra nella collezione del principe di Carignano. Per vivere lavora anche come decoratore e illustratore.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Napoli, 13 gennaio 1836
Vita e condizioni
Figlio del pittore Vincenzo Abbati. Nel 1860 segue Garibaldi con la spedizione dei Mille, e nella battaglia del Volturno, vicino a Capua, perde un occhio. Alla fine di quell'anno si stabilisce a Firenze. Nel 1866 torna volontario ed è fatto prigioniero a Custoza. Il 13 dicembre 1867 lo morde il suo cane: muore di rabbia a Firenze il 21 febbraio 1868, a trentadue anni.
Formazione
Studia all'Accademia di Venezia fra il 1850 e il 1853, con Michelangelo Grigoletti e Francesco Bagnara, poi torna a Napoli. A Firenze, dalla fine del 1860, entra nel gruppo del Caffè Michelangiolo e fa sua la macchia.
Contesto storico
È uno dei pittori-soldati del Risorgimento: combatte con i Mille nel 1860 e di nuovo nel 1866, nella terza guerra d'indipendenza. Fra le due campagne vive la stagione migliore dei Macchiaioli, fra Firenze, Piagentina e Castiglioncello.
Committenze
Quasi nessuna: espone alla Promotrice fiorentina e vive dell'amicizia di Diego Martelli, che dal 1861 lo accoglie nella tenuta di Castiglioncello, dove per qualche tempo abitano insieme.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Firenze, 29 dicembre 1838
Vita e condizioni
Ultimo dei nove figli di un vinaio, cresce nel quartiere di San Frediano. Nel giugno 1859 prova ad arruolarsi volontario, ma la madre riesce a impedirlo. Nel 1866 parte con i volontari di Garibaldi: il 16 luglio, a Cimego, durante la battaglia di Condino, è ferito a una gamba e catturato dagli austriaci. Acconsente troppo tardi all'amputazione e muore di cancrena nell'ospedale di Bolzano il 9 agosto 1866, a ventisette anni.
Formazione
Impara a incidere medaglie nell'officina di Angiolo Mariotti — sue sono una medaglia per Garibaldi, del 1862, e una per il centenario di Dante, del 1865 — e dal 1856 frequenta l'Accademia di Firenze, nella scuola di Antonio Ciseri, dove si fa ritrattista. Nel 1859 lascia lo studio per dipingere dal vero, e al Caffè Michelangiolo si lega a Signorini e a Borrani.
Contesto storico
Appartiene alla generazione più giovane del Caffè Michelangiolo, cresciuta dentro le guerre d'indipendenza: ha vent'anni nel 1859 e muore nella guerra del 1866, quella che porta il Veneto all'Italia.
Committenze
Dipinge soprattutto per sé e per gli amici, ed espone alla Promotrice fiorentina. Dal 1862 lavora a Piagentina con Lega, Borrani, Signorini e Abbati; nell'estate del 1864 Diego Martelli lo ospita a Castiglioncello insieme a Borrani.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Modigliana, in Romagna toscana, 8 dicembre 1826
Vita e condizioni
Studia dagli Scolopi di Modigliana e nel 1843 va a Firenze per fare il pittore. Nel 1848 parte volontario per la prima guerra d'indipendenza, e nel 1859 combatte di nuovo, nell'artiglieria. Dai primi anni Sessanta vive a Piagentina, allora campagna appena fuori Firenze, presso la famiglia Batelli, e si innamora di Virginia, una delle figlie, rimasta vedova: la morte di lei, di tisi, nel giugno 1870, lo getta in una lunga crisi. Seguono la galleria aperta con Borrani, che chiude presto, una malattia agli occhi, la povertà. Muore all'ospedale di San Giovanni di Dio, a Firenze, il 21 settembre 1895.
Formazione
All'Accademia di Firenze, dal 1845, è allievo di Luigi Mussini, il maestro dei puristi, che insegna a guardare ai pittori del Quattrocento, e poi di Antonio Ciseri. Da questa scuola gli restano per sempre il disegno netto, i profili, le composizioni misurate. Al Caffè Michelangiolo scopre la pittura dal vero e la macchia.
Contesto storico
È un mazziniano, e il Risorgimento l'ha combattuto due volte; nel 1873 dipinge Mazzini morente, oggi al museo della Rhode Island School of Design, a Providence. Negli anni dell'Unità sceglie però come soggetto la vita quieta della borghesia di campagna, che a Piagentina ha sotto gli occhi.
Committenze
Poche commissioni vere: lo sostengono gli amici e i protettori, dai Batelli di Piagentina a Diego Martelli e Matilde Gioli Bartolommei, che lo aiutano negli anni della malattia. Nei primi anni Ottanta è precettore dei giovani Tommasi, e dal 1886 è spesso ospite della famiglia Bandini nella villa di Poggiopiano, al Gabbro, sulle colline livornesi.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Firenze, 18 agosto 1835
Vita e condizioni
Figlio di Giovanni Signorini, pittore di vedute al servizio del granduca, che dopo la morte del figlio maggiore Egisto, nel 1851, diventa il suo primo maestro. Nel maggio 1859 parte volontario per la seconda guerra d'indipendenza. È il più viaggiatore del gruppo: Venezia, La Spezia, Napoli, e soprattutto Parigi, dal 1861 e poi quasi ogni due anni, Londra ed Edimburgo. Negli ultimi anni torna spesso a Riomaggiore, nelle Cinque Terre. Muore a Firenze nel febbraio 1901.
Formazione
Dopo il padre, dal 1852 l'Accademia di Firenze, che lascia verso il 1856 per dipingere dal vero con Borrani e Cabianca. Nel 1856 va a Venezia con Vito D'Ancona; nel 1861, a Parigi, conosce Corot e Troyon e vede da vicino la pittura di Courbet.
Contesto storico
È il polemista del gruppo: fra il 1862 e il 1863, sul giornale La Nuova Europa, difende la macchia con articoli firmati da pseudonimi, e nel 1867 fonda con Diego Martelli e Adriano Cecioni il Gazzettino delle arti del disegno. Degas lo ha conosciuto a Firenze nel 1858, e a Parigi Signorini frequenta lui, Manet, Zola.
Committenze
Espone molto, in Italia e all'estero: l'Alzaia va all'Esposizione universale di Vienna del 1873 e vince un premio; nel 1883 il mercante londinese Arthur Lucas vende una ventina delle sue tele; il Ghetto di Firenze è esposto a Torino nel 1884.
Stile, fortuna ed eredità nella scheda completa ↗Strumenti collegati
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I Macchiaioli tolgono alla storia patria la retorica e restituiscono dignità di quadro a una giornata qualunque, costruendola con la stessa cura con cui si costruiva una pala d'altare. È un programma che guarda al presente e insieme tiene stretto qualcosa che sta scomparendo. Negli stessi anni, in Inghilterra, un gruppo di pittori giovani prende quella nostalgia e la porta all'estremo opposto: torna indietro, prima di Raffaello, e dipinge ogni filo d'erba. Che cosa cerca chi rifiuta il proprio tempo così apertamente?